JAZZ e ARCHITETTURA / 4 - Del restauro

Gershwin, Fresu, Evans, Miles e... Cesare Brandi



di Francesco Varriale



Il cd allegato al numero di febbraio 2012 del mensile Musica Jazz - "Birth of the Cool" di Paolo Fresu - ha fornito lo spunto per riflessioni che da tempo sopivano nell’animo di chi scrive. Troppo evidenti le analogie, tante le corrispondenze e forti i collegamenti con il mondo dell’Architettura per poter ancora una volta perdere l’occasione di approfondire tali questioni.

È stato quindi inevitabile provare ad affrontare il tema del remake in Musica come se si trattasse della questione del restauro in Architettura, approfittando anche delle riflessioni dello storico Cesare Brandi che si trovano nella Teoria del Restauro, il testo che vide la luce nel lontano 1963 per le Edizioni di Storia e Letteratura e facilmente reperibile nella Piccola Biblioteca Einaudi.



…il restauro costituisce il momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte, nella sua consistenza fisica e nella sua duplice polarità estetica e storica, in vista della sua trasmissione al futuro.


Decidere di rifare un lavoro come "Birth of the Cool" appare un’operazione quanto meno coraggiosa, soprattutto se ciò avviene riproponendo gli arrangiamenti delle takes originali del 1949-50 che, registrate per la Capitol dal nonetto capitanato da Miles Davis, vengono quindi riconosciute come opere d’arte. Non ci si stupisce più di tanto, però, se l’operazione viene effettuata da Paolo Fresu, musicista che già si era lanciato nel 2003 nell’ancor più ardua avventura di rifare la "Porgy and Bess" che lo stesso Miles registrò con gli arrangiamenti e la direzione di Gil Evans nel 1958.

In entrambi i lavori, l’operazione di remake operata da Paolo Fresu viene svolta prevalentemente in maniera filologica, riproponendo degli originali, oltre che gli arrangiamenti, il linguaggio e lo stile. Non bastano, in "Birth of the Cool", una tracklist alterata nell’ordine dei brani, qualche assolo dilatato qua e là ed una sordina in più o in meno a restituire un’immagine diversa ed autonoma del lavoro.

E l’immagine che l’opera d’arte presenta di sé nelle registrazioni originali è legata prevalentemente agli arrangiamenti, così come ad esempio per la musica di Charlie Parker o di Chet Baker l’immagine è invece legata al solista.



…si restaura solo la materia dell’opera d’arte.


Fu con tale sensibilità che Gil Evans si apprestò a lavorare su "Porgy and Bess", il capolavoro di George Gershwin portato in scena per la prima volta nel 1935. L’arrangiatore canadese prese alcuni temi dell’opera per trattarli come materiale, giungendo a variare anche l’ordine dei brani e trasformando il tutto in un nuovo (capo)lavoro, al punto che il remake di Paolo Fresu con l’Orchestra Jazz della Sardegna fa riferimento non all’originale di Gershwin, ma alla suddetta rilettura evansiana.

Il remake dovrebbe quindi riguardare esclusivamente il materiale musicale in modo da poterlo trattare, rielaborare e riscattare in una nuova identità, conferendo all’opera iniziale nuova linfa per tenerla in vita in vista di ulteriori rivisitazioni.



…il restauro deve mirare al ristabilimento dell’unità potenziale dell’opera d’arte, purché ciò sia possibile senza commettere un falso artistico o un falso storico, e senza cancellare ogni traccia del passaggio dell’opera d’arte nel tempo.


"Porgy and Bess" ha da sempre costituito materiale per innumerevoli riletture, soprattutto in ambito jazzistico: la cantabilità di alcuni temi dell’opera ha fornito la possibilità, a numerosi musicisti, di cimentarsi in arrangiamenti ed improvvisazioni nei più svariati stili, e c’è da dire che un adattamento dell’opera originale fu effettuato già quando Gershwin era ancora in vita: l’opera fu ridotta in suite per potere essere più facilmente eseguibile.



La copia è un falso storico e un falso estetico e pertanto può avere una giustificazione puramente didattica e rimemorativa, ma non può sostituirsi senza danno storico ed estetico all’originale.


La "Porgy and Bess" di Fresu si pone come copia di un originale (considerando originale la versione di Evans e Davis) che, anziché vedere rafforzata la sua immagine, perde addirittura la sua condizione di autenticità ed unicità. L’opera d’arte vede qui interrompere la sua vita nel tempo e viene immobilizzata. E la musica, soprattutto se inquadrata in ambito jazzistico, viene a perdere due componenti fondamentali per l’ascoltatore: l’originalità (nel senso di verità) e la sorpresa.

Caso a sé stante è invece la registrazione del "Live at Montreux" del 1991 nel quale Miles Davis fu accompagnato da due orchestre sotto la direzione di Quincy Jones, in un’esibizione basata prevalentemente sugli arrangiamenti evansiani scritti per il trombettista. Quella registrazione, che mostra di non avere un particolare valore artistico - presentandoci un musicista che ha la necessità di essere musicalmente sorretto da Kenny Garrett e Wallace Roney per le sue precarie condizioni di salute - acquisisce però una straordinaria valenza storica.



L’adagio nostalgico: “Come era, dove era” è la negazione del principio stesso del restauro, è un’offesa alla storia e un oltraggio all’Estetica, ponendo il tempo reversibile, e riproducibile l’opera d’arte a volontà.


Le operazioni di remake di Fresu e dei musicisti sardi paiono quindi negare lo sviluppo dell’opera nel tempo, restituendo un’immagine dell’opera d’arte già consolidata nell’animo del fruitore e riportando "Porgy and Bess" a come era nel 1958 e "Birth of the Cool" a come era nel 1950, trattandosi di copie pressoché integrali degli originali in quanto, pur presentando (in particolare il secondo lavoro) le parti di improvvisazione diverse, queste hanno un peso irrilevante rispetto all’immagine generale resa dagli arrangiamenti.

In Architettura, è come trovarsi ad osservare le facciate di due edifici che, ad una distanza media (il primo ascolto in musica), appaiono identici; l’osservazione ravvicinata (l’analisi) mostra invece le differenti sfumature tra le due versioni, in particolare nelle parti solistiche e d’improvvisazione della tromba, ma tutto ciò non basta a conferire autonomia e nuova identità ai lavori più recenti.

C’è da dire che già nel 1991, con "Re-Birth of the Cool", Gerry Mulligan aveva rivisitato le tracce che furono riunite nell'originale del 1950 ed anche lì, nonostante le piccole variazioni legate alla durata degli assolo ed alla voce di Mel Tormé per un solo brano, l’immagine della costruzione resta pressoché invariata.

Dei lavori appena citati va però salvato l’aspetto didattico e divulgativo. Per quanto concerne l’aspetto artistico, esso potrebbe essere riconosciuto esclusivamente nel caso di un concerto che acquisirebbe una sua valenza ed una sua autonomia, almeno per coloro che avrebbero la fortuna di ascoltare quei formidabili arrangiamenti dal vivo. Ma riproporre quella musica su disco sembra non avere senso, se non quello di riproporre un suono più pulito che consente di godere di sfumature offuscate dalla vetustà delle registrazioni originali e di far assurgere i lavori di partenza ad opere di musica classica contemporanea nelle quali la scrittura e l’arrangiamento acquistano valore primario rispetto al momento dell’improvvisazione.



Il restauro, per rappresentare un’operazione legittima, non dovrà presumere né il tempo come reversibile né l’abolizione della storia.


Ed è qui che occorre evidenziare l’altro lavoro che Paolo Fresu ha dedicato all’opera gershwiniana. In "Kind of Porgy & Bess", infatti, sin dall’iniziale “The Buzzard Song” i musicisti si muovono su un tappeto sonoro strutturato su un piano elettrico che riconduce inevitabilmente alla fase che, partendo da "In A Silent Way" e "Bitches Brew", si sviluppa per più di un decennio nell’arte di Miles. Qui il riferimento di partenza pare essere sempre il lavoro di Davis e Evans, ma da subito la musica si sviluppa in maniera autonoma, riservando continue sorprese all’ascolto: basti immergersi in “Summertime” o “Gone, Gone, Gone” per comprendere la modernità dell’approccio avuto dal trombettista sardo in un lavoro che si mostra particolarmente riuscito perché riesce a restituire l’immagine dell’opera di Gershwin (passando per la lettura di Evans/Davis) in una nuova forma, attualizzandola e tenendola in vita in uno sviluppo quasi biologico, grazie anche al magistrale utilizzo di strumenti altri come chitarra elettrica, oud, fisarmonica e piano elettrico.



…la conservazione dell’aggiunta deve considerarsi regolare: eccezionale la rimozione.


Restiamo sulla musica di Gershwin, tenendo presente che le sue composizioni sono state eseguite innumerevoli volte, con trattamenti che vanno dalla totale libertà alla rigorosa esecuzione della partitura.

In ambito classico, un lavoro particolarmente equilibrato è stato "A Gershwin Night", tenuto nel 2003 dai Berliner Philharmoniker condotti da Seiji Ozawa per un concerto a Berlino in cui celeberrime composizioni - come "Rhapsody in Blue", "An American in Paris", "Concert in F" e tante altre sono state eseguite inserendo nell’organico il trio del pianista Marcus Roberts che, oltre a svolgere le parti solistiche scritte dal compositore americano, si è ritagliato importanti momenti improvvisativi che restituiscono il lavoro di Gershwin in una nuova veste. Ovvero, si nota l’aggiunta di una parte che diventa integrante dell’opera, una parte non scritta che ben si inserisce nel contesto, esaltandolo e lasciandosi riconoscere come nuova.

In architettura, un intervento riuscito in tal senso è stato l’ampliamento del museo del Louvre a Parigi, opera realizzata dall’architetto giapponese Ieoh Ming Pei nel 1989. La piramide in vetro posta nel grande cortile ci fa sapere che qualcosa è avvenuto nella vita dell’edificio, un ampliamento che, sebbene si sviluppi interamente nel sottosuolo, si mostra all’esterno con una forma dall’alto valore simbolico che si lascia riconoscere come nuova e che si inserisce magistralmente nella storia architettonica ed urbanistica di Parigi, posizionandosi in asse con il canocchiale ottico che unisce il Louvre a La Defense (passando per Les Tuileries, Place de la Concorde, Avenue des Champs-Elysées, Place de l’Etoile, Avenue Charles De Gaulle) e ben integrandosi lungo un asse visivo, architettonico e stradale che ebbe vita grazie alle visioni urbanistiche del Settecento illuminista. 



Non resta […] che esaminare il problema della conservazione nei riguardi del rifacimento. Anche qui dal punto di vista estetico, è chiaro che la soluzione da dare al problema dipende in primo luogo dal giudizio che si dà del rifacimento: indichi questo il raggiungimento di una nuova unità artistica, e il rifacimento dovrà essere conservato.


Il tema sembra quindi riguardare la necessità di conferire al risultato del remake pari dignità rispetto all’originale, cosa assolutamente non nuova in ambito jazzistico.

Restando infatti sulla musica di Gil Evans, si può fare il caso di due composizioni da lui arrangiate che sono state rivisitate in maniera egregia da due musicisti, Enrico Rava e Dave Douglas (entrambi trombettisti). In momenti diversi e con organici differenti, essi hanno ridato vita a brani come “Boplicity” e “Nothing Like You” rispettivamente, in versioni che sottintendono addirittura l’arrangiamento evansiano ma se ne discostano al contempo con opportuna sensibilità.

Tale sensibilità non manca ovviamente a Fresu, per cui immaginiamo le sue riflessioni ed i suoi dubbi sull’opportunità o meno di suonare le parti che furono di Miles in quelle storiche registrazioni del 1949-50 e del 1958, e non riusciamo a fare a meno di ipotizzare che per un trombettista occasioni del genere potrebbero addirittura indurre a vendere l’anima al diavolo.

E allora, come avvenuto per "Porgy and Bess", anche per "Birth of the Cool" si evidenzia la necessità di dare compiutezza ad un percorso artistico/storico/filologico che dovrebbe condurre alla realizzazione di un ulteriore lavoro da affrontare con un approccio moderno.

E chissà che Paolo Fresu non abbia già pensato a "Kind of Birth of the Cool".

 


articolo pubblicato nel maggio 2012 su Musica Jazz

CESARE BRANDI (1906-1988) www.cesarebrandi.org
 
PAOLO FRESU: "Birth of the Cool" (2012)
 
MILES DAVIS: "Birth of the Cool" (1949-50)
 
PAOLO FRESU: "Porgy and Bess" (2003)
 
MILES DAVIS: "Porgy and Bess" (1958)
 
MILES DAVIS / QUINCY JONES: "Live at Montreux" (1991)
 
GERRY MULLIGAN: "Re-Birth of the Cool" (1991)
 
PAOLO FRESU: "Kind of Porgy and Bess" (2002)
 
BERLINER PHILHARMONIKER: "A Gershwin Night" (2003)
 
PARIGI
IEOH MING PEI: Piramide del Louvre (1989)
 
ENRICO RAVA: "Electric Five" (1995)
 
DAVE DOUGLAS: "Convergence" (1998)
 

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4. DEL RESTAURO
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