SERGIO BRUNI

Levate 'a maschera Pulicenella

CAM - 1976


  • Sergio Bruni: musiche, chitarra e voce; Salvatore Palomba: versi.
  • Brani: 'A libbertà / Carmela / Chiappariello / 'O guardamachine / Notte napulitana / Belzebbù / Masaniello / Napule nun t' 'o scurdà.

Valutazione: 5/5


di Francesco Varriale


È il 1976 e Napoli è nel pieno di uno dei periodi più bui della sua storia, flagellata da mali eterni come malapolitica, camorra, criminalità, disoccupazione e ancora sconvolta per le conseguenze del colera scoppiato tre anni prima. Ma c’è un sussulto, un fremito potente volto a perseguire un riscatto fondato su qualcosa che, per buona parte dei suoi abitanti, si sta ancora oggi definendo per forma e sostanza. Dignità e consapevolezza di sé cozzano, infatti, contro un immaginario collettivo legato a luoghi comuni, oleografismi e belcanto che, da potenziale risorsa culturale che era (e doveva essere), si è trasformato nei secoli in una gabbia dalla quale Napoli e i Napoletani sono riusciti raramente a liberarsi.
Nel 1976 la spinta c’è, e viene dall’ambito musicale: Pino Daniele concepisce “Napule è” e l’anno successivo uscirà l’album che la contiene, “Terra mia”; Roberto De Simone porta in scena la prima versione della sua “Gatta Cenerentola”; Napoli Centrale, il gruppo guidato dal cantante/sassofonista James Senese, pubblica il secondo disco intitolato “Mattanza”. Tutti lavori che pescano a piene mani nella cultura popolare e che descrivono Napoli dal basso come forse solo Viviani, Marotta e Eduardo erano riusciti a fare.
Ma c’è dell’altro. C’è un cantante, Sergio Bruni, che per decenni era stato riconosciuto come ’a voce ‘e Napule per come aveva a lungo interpretato il repertorio classico napoletano portandolo, con convinzione e dignità, al di là dei confini regionali e partecipando anche al Festival di Sanremo nel 1960. E c’è un poeta, Salvatore Palomba, che trova in Bruni l’interprete ideale dei suoi versi.
Da questo connubio viene fuori un disco bellissimo che suona, oggi come allora, rivoluzionario per quanto si ascolta: una nitida e decisa esortazione alla rivolta ancor più che al riscatto. Bruni e Palomba denunciano i disastri procurati dai vari franceschielli che si sono succeduti al governo della città, descrivono con (attualissima) lucidità i problemi occupazionali da sempre presenti a Napoli (“’O guardamachine”, “Chiappariello” e “Notte napulitana”), auspicano il ritorno di “Masaniello” e “Belzebbù”, narrano “’A Libbertà” e rispolverano quattro pagine di storia che hanno visto l’intera popolazione unita e compatta (forse come mai prima) nel combattere l’occupante nazista e scacciarlo fuori le mura cittadine. Proprio “Napule nun t’ ‘o scurdà” – la canzone conclusiva del disco che parla appunto delle Quattro Giornate di Napoli del settembre 1943 – acquisisce un significato ancor maggiore se si pensa che a quei moti rivoluzionari Sergio Bruni prese parte attiva, restando menomato per la vita a causa di una ferita alla gamba procurata durante i combattimenti.
E c’è l’amore, non più quello dalle atmosfere romantiche e oleografiche del classicismo napoletano. Nella sua prima registrazione assoluta c’è l’amore per “Carmela”, …rosa preta e stella… in un …vico friddo… dove …pure ‘o sole passa e se ne fuje…. Un amore viscerale come la voce di un interprete straordinario che andrebbe riscoperto e riproposto per la sua autenticità.
Per provare a ripartire, ancora una volta, dal basso.


Un grazie al mio amico Franco, che in qualche modo mi ha fatto riscoprire questo disco dopo quasi quarant'anni.


articolo pubblicato nel giugno 2015