FRANCO D'ANDREA

Three Concerts

Parco della Musica Records - 2015 (reg. 2014)


musicisti:

  • cd 1 - Franco D’Andrea, piano; Dave Douglas, tromba; Han Bennink, batteria.
  • cd 2 - Franco D'Andrea, piano; Andrea Ayassot, sax contralto e soprano; Daniele D'Agaro, clarinetto; Mauro Ottolini, trombone; Aldo Mella, contrabbasso; Zeno De Rossi, batteria.
  • cd 3 - Franco D'Andrea, piano.


brani:
  • cd 1 - Turkish Mambo - P4+m2 / Two Colors / Goodbye / Kit I / Oclupaca / Undecided / Clusters n.4 - Tiger Rag - M3 - Caravan / Deep.
  • cd 2 - Coming on the Hudson / Open I - Bright Mississippi - Monodic / Into the Mistery - Monk's Mood - Epistrophy / Blue Monk / Deep Riff / Open 2 - Naif / A New Rag Suite / Two Colors.
  • cd 3 - Clusters n. 4 - March - Lychees - A4+m2 / Six Bars - Strawberry Woman / I Got Rhythm - Half the Fun / Linee oblique - The Telecaster / Naima - Afro Abstraction - Two Colors - King Porter Stomp / Round Midnight - Turkish Mambo - Like Sonny - Via Libera - Deep - Strawberry Woman / I've Found a New Baby / Lover Man.

Valutazione: 5/5


di Francesco Varriale


“La migliore in una serie di opere di un artista”: questa una delle definizioni che il vocabolario Treccani dà del termine ‘capolavoro’.
Il pianista, compositore e organizzatore di suoni Franco D’Andrea riesce a mettere in crisi chiunque abbia acquisito nel tempo una tale definizione del termine, portando avanti una ricerca tanto accorta e meticolosa da durare una vita intera e riservando piacevoli sorprese ad ogni disco.
Il semplice e accattivante box di tre cd che questo ragazzo di settantaquattro anni ha voluto realizzare riproponendo tre concerti registrati tra gennaio e maggio 2014 all’Auditorium Parco della Musica di Roma, mostra altrettanti aspetti della ricerca che D’Andrea conduce da sempre sulla musica e, soprattutto, su sé stesso, al punto che risulta inevitabile rapportare questo (capo)lavoro agli altri che lo hanno preceduto dal 2012 al 2014, “Traditions and Clusters”, “Today” e “Monk and the Time Machine”.

Il primo dei cd di questo cofanetto ci presenta D’Andrea in compagnia del trombettista Dave Douglas e del batterista Han Bennink, musicisti anch’essi a proprio agio in quel territorio tra avanguardia e tradizione in cui è necessario un approccio moderno per poterne uscire vivi. Qui la musica prende forma nel momento stesso dell’esecuzione e spesso il passaggio da un brano all’altro, dettato indifferentemente da un membro del trio, viene raccolto e sviluppato dagli altri per dar vita a una nuova dimensione musicale al punto da far convivere composizioni originali con standards di una tradizione più lontana (“Caravan” e “Goodbye” su tutte) e con brani frutto di una ricerca più concettuale (particolarmente riuscita la rilettura della tristaniana “Turkish Mambo”).
Ma ciò che colpisce più di ogni altra cosa è la componente giocosa alla quale D’Andrea, Douglas e Bennink paiono abbandonarsi per l’intera ora di concerto che ci viene qui riproposta.

Protagonista del secondo disco è il sestetto del pianista meranese, quella stessa formidabile 'Macchina del Tempo' che lo scorso anno ci aveva regalato un riuscito doppio cd ispirato alla musica di Thelonious Monk e che qui ritroviamo con il medesimo repertorio rivisitato con un’apertura formale ancor maggiore. In questo concerto D’Andrea si mostra leader ancor più che pianista, utilizzando il suo strumento come faceva Duke Ellington nelle formazioni ridotte per organizzare i quadri durante le varie esecuzioni.
Sovente si avverte un'apparente separazione tra una sezione ritmica 'composta' e una sezione fiati che si abbandona ad orge di suoni, un contrasto che provoca una straordinaria condizione di tensione la cui essenza è colta, ad esempio, nella seconda traccia nel momento di passaggio da “Open 1” a “Bright Mississippi”, in una dimensione generale che pare quella di una New Orleans rivisitata nel terzo millennio.

La performance in solitudine rappresenta sempre una sfida, per qualunque musicista e su qualunque strumento. Ma lo è ancor di più per chi, come Franco D’Andrea, si approccia al solo non tanto per esplorare dimensioni e forme musicali nuove quanto per definire un proprio mondo sonoro ed emozionale da condividere con chi abbia la fortuna di immergersi.
È dalle prime escursioni solitarie (“Nuvolao” del 1978 e, soprattutto, le successive “Dialogues with Superego” e “Es” per la Red Records) che D’Andrea mette a nudo la propria anima, scavando in profondità per riportare alla luce suoni e colori in un lavorio incessante che, passando per il corpus dei lavori tematici incisi per la Philology e per l’ultimo in studio intitolato “Today”, giunge al concerto del terzo cd come ad un punto di convergenza e, quindi, di sintesi di tutto quanto realizzato fino a quella data.
Qui i brani di partenza sono un autentico pre-testo, rappresentano per D’Andrea lo spunto per andare oltre e raccontare il proprio sentire, ricordare la propria storia passata e tracciare quella futura in un percorso lungo il quale composizioni come “Naima”, “Round Midnight”, “Lover Man” e gli altri standards vengono trattati come materiale da rielaborare e riscattare in nuove forme esattamente come accade alle composizioni originali (su tutte “Via libera”, tratta proprio da “Dialogues with Superego”), alle frasi improvvisate, alle cellule sonore reiterate e alle pause, perché qui anche i vuoti risultano pregni di tensione.

Un gioiello, “Three Concerts”, che pare porsi come il disco che meglio degli altri rappresenta l’arte di Franco D’Andrea. Un'opera che possiamo definire come 'il capolavoro' di un intera carriera, consapevoli di correre il rischio, intrigante e piacevole, di essere smentiti alla prossima uscita discografica di un artista che avrà portato l’asticella ancora più in alto.



articolo pubblicato nell'ottobre 2015