PIERANUNZI / JOHNSON / BARON

Deep Down

Soul Note - 1986


  • Musicisti: Enrico Pieranunzi, pianoforte; Marc Johnson, contrabbasso; Joey Baron, batteria.
  • Brani: Don't Forget the Poet / Ev'rything I Love / We'll Be Together Again / Someday My Prince Will Come / Dee Song / Our Romance / T.T.T (Twelve Tone Tune / Antigny / Evans Remembered


di Carlo Morena


E' uno dei dischi must del jazz italiano. Se il disco della svolta, se ci passate il termine, era stato "New Lands", di due anni prima, questo è il disco della conferma del primo trio americano di Enrico Pieranunzi. E' il disco della conferma, a se stesso e a tutti noi, che il cammino intrapreso poteva essere ricco di risultati artistici ed era senz'altro indovinato.

La scelta dell`ex evansiano Marc Johnson e di un batterista, allora assai giovane ma di straripante musicalità come Joey Baron, apre nuove possibilità di confronto al pianista romano, che già da un paio di anni parlava di voler dedicarsi ad approfondire il discorso del jazz piano trio. Cosa senz'altro ovvia per qualunque pianista che si rispetti. Solo che l'interlocutorietá dei trii italiani fino a quel momento mai aveva raggiunto un livello simile. Il pianista romano arrivava da un solido percorso caratterizzato da un approfondito studio del blues, del bebop e degli standards; aveva fin qui una già brillante strada di complice di lusso di personaggi rinomati quali Johnny Griffin, Chet Baker, Art Farmer e Lee Konitz, tra gli altri.

In trio, la sua cultura jazzistica e la sua eterogeneità lo avevano portato ad essere competentissimo sia in un contesto mainstream, per esempio, sia in un ambito - non può meravigliare – tyneriano. E' odioso cercare di riassumere le caratteristiche tecniche di un artista, ma è al di fuori di ogni discussione il fatto che la sua facilità tecnica, il vigore della sua pulsazione ritmica, il suo drive erano negli anni diventati proverbiali.

Diversi dischi in trio di Enrico Pieranunzi meritano di stare sullo scaffale prediletto di molti di noi: potremmo citare, tra gli altri, "Silence" (inciso con Charlie Haden, Billy Higgins e Chet Baker) o alcuni tra quelli registrati con lo storico - senza precedenti in Italia - Space Jazz Trio, o il notevolissimo "The Night Gone By", con Marc Johnson e Paul Motian.

Questo "Deep Down" ha però un sapore tutto particolare. Intanto è la pietra miliare di un progetto, il ‘progetto Evans’. Il pianista di Plainfield spalanca nuove porte a tutti, anche ad Enrico, che lo scopre relativamente tardi. Particolare curioso; Evans è uno che normalmente si ama dall'inizio. Lo stesso Hancock afferma di aver conosciuto ed amato prima lui che Wynton Kelly, il che è tutto dire. Così come si ama dall´inizio, esiste, come in tutti i casi, anche l´impatto ‘ostico’. Conosciamo pianisti che sono scivolati accanto al fenomeno Evans, non se ne sono accostati più di tanto, son passati oltre. Ma come si fa? Nel caso di un trio moderno di piano è praticamente impossibile.

Dopo Evans - ma anche dopo Bley e dopo Jamal, per la veritá, anche se per motivi diversi - i ruoli del contrabasso e della batteria non sono più stati gli stessi. L`interazione è divenuta un dato di fatto, non c`è più il leader classico con il contrabbassista ed il batterista che lo seguono a ruota. La complicità musicale con il contrabbassista era senz'altro il primo, insostituibile dettaglio dell`estetica del trio evansiano. Il compianto - e senza paragoni con quanto sia accaduto fin qui sul suo strumento - Scott La Faro, poi Chuck Israels, brevemente Gary Peacock, poi Eddie Gomez e Marc Johnson erano stati i fedeli alleati al contrabbasso del progetto Evans.

Pieranunzi riparte da Johnson. Che si dimostra fratello musicale d`elezione. Un comune gusto melodico, una profonda sensibilità armonica, una nervosità ritmica esasperata, una capacità di ascolto straordinaria accomunano i due musicisti. La scelta di Baron è una felice conferma dell`inquieto senso ritmico di Pieranunzi che, al contrario di Evans, non sarà mai infastidito dalle iniziative di un percussionista swingante e creativo. Anzi, ne sarà stimolato.

Enrico, rispetto ad Evans, é pianista con un timing più propriamente ‘jazzistico’, se ce lo concedete. Sul timing di Bill si è già ampiamente detto, le crome camminano (o corrono in qualche caso) in un modo abbastanza particolare, accettabile perché si tratta di Bill Evans. Perché hanno un senso in quel linguaggio. Perché hanno un peso, fortissimo, giustificabile come parte di quel tutto.

I batteristi di Evans hanno un ruolo delicatissimo nel delicato ingranaggio del trio, devono restare in certi margini, di tempo e di iniziativa. Pieranunzi, da devoto ammiratore della batteria in quanto strumento di propulsione insostituibile, cerca batteristi dinamici, che rispondano ai suoi guizzi, che lo provochino.

Tornando a parlare di questa svolta, l`aver abbracciato la ‘causa Evans' ha cambiato la vita del pianista romano, ha giovato alla sua statura artistica, alla sua carriera ed alla stima che gli dobbiamo. Il suo pianismo onnicomprensivo ha studiato, compreso e fagocitato tutto quello che poteva, con attenzione, rigore ed inventiva. La melodia è diventata il punto di partenza ed il punto di arrivo del discorso musicale di Enrico. Del suo modo di comporre e, forse, di pensare la musica.

Abbiamo detto altrove che le doti più naturali, ed assai convincenti, di Pieranunzi, erano anteriori a questo periodo. Il che non voleva essere una riflessione negativa. Ce ne guarderemmo bene. L´evansianismo ospita, ma non racchiude, fortunatamente, tutto il suo mondo musicale e pianistico.


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articolo pubblicato su altriSuoni nel 2004