STEVE LACY

Disposability

RCA / Vik - 1965


  • Musicisti: Steve Lacy, sax soprano; Kent Carter, contrabbasso; Aldo Romano, batteria.
  • Brani: Shuffle Boil / Barble / Chary / Tune 2 / Pannonica / M’s Transport / Comin’ On The Hudson / There We Were / Generous 1.


di Paolo Vitolo


Realizzato negli studi romani della RCA alla fine del 1965, "Disposability" è il primo disco europeo di Steve Lacy, e soprattutto il primo in cui ciò che Lacy suona non è sempre fatto di melodie leggibili e di improvvisazioni che in qualche modo le rispecchiano. A circa un anno prima risale il suo ingresso nel mondo del free, come solista della Jazz Composers Orchestra di Carla Bley e a pochi mesi dopo la sua nuova collaborazione con la Bley nel gruppo Jazz Realities e quindi quella con Giorgio Gaslini alla suite "Nuovi Sentimenti", accanto a Don Cherry, Gato Barbieri, Enrico Rava…
Il mondo del Lacy di "Disposability" resiste però alle deduzioni che suscita questa ricostruzione di percorso, non accostandosi che in minima parte a quell’estetica del free vissuto dal bianco che allora correva forse i maggiori rischi rispetto alla causa di un jazz divenuto innovatore e sovversivo secondo un proprio autonomo criterio etico. A Lacy, infatti, nel ’65 stanno ancora a cuore un certo valore di comunicabilità della musica e per questo, malgrado la scelta di un trio asciuttissimo e free (con Kent Carter al contrabbasso e Aldo Romano alla batteria), propone ancora tre temi monkiani (disseppellendo l’oscuro "Shuffle Boil" in una splendida versione), riesuma un piccolo capolavoro non-free del primo Cecil Taylor ("Tune Two") e, presentando per la prima volta pezzi di sua firma, elabora strutture melodiche disarticolate quanto per nulla negatrici di atmosfera (in "Barble" è addirittura ben leggibile un impianto tematico). Da questo rilievo, non a caso, si distacca lievemente l’esecuzione del sofisticato originale di Carla Bley che chiude la seduta.
Da un certo punto di vista, mostra forse dell’ambiguità questa prima prova di Lacy nelle vesti del leader convinto; forse una posizione non chiara a lui stesso di fronte alle possibilità di linguaggio che il jazz stava scoprendo e che, nell’accezione in cui il jazz è prima di tutto musica nera, appartenevano al linguaggio soltanto di conseguenza. Da un certo altro, invece, il dato centrale del disco è la rivelazione del metodo solistico lacyiano al suo primo respiro di indipendenza, e a uno stato di compiutezza che già lo valorizza indistintamente sulla melodia 'da rispecchiare' quanto su quella di creazione simultanea. Con questo metodo, che consiste nell’esplorazione analitica del frammento melodico, nel suo distillamento e nella sua conseguente dilatazione temporale (talvolta anche attraverso la ripetizione di singole parti elementari), Lacy individua una traccia 'organizzata' per l’improvvisazione, libera dai vincoli di armonia e di misura del tema; una traccia il cui senso di libertà si trasmette all’ascolto come una sorta di invito alla meditazione.
Peccato che dopo "Disposability" questa direzione di lavoro di Lacy, parallela ma equivalente all’espressione liberata di tanti musicisti neri, registri per qualche anno una certa dispersione (per esempio, nei quartetti con Enrico Rava) per ricostituirsi soltanto a partire dalle splendide esecuzioni in solo dei primi anni Settanta.



articolo pubblicato nel 2004