Steve Lacy: Morning Joy

STEVE LACY FOUR

Morning Joy

hatOLOGY - 2001 (reg. 1986)


  • Musicisti: Steve Lacy, sax soprano; Steve Potts, sax contralto e soprano; Jean-Jacques Avenel, contrabbasso; Oliver Johnson, batteria.
  • Brani: Epistrophy / Prospectus / Wickets / Morning Joy / Work / In Walked Bud / As Usual.


di Francesco Varriale


Nell'enorme mole di registrazioni effettuate in più di quarant'anni di carriera, Steve Lacy sembra rappresentare la figura dell'artista collocato apparentemente ai margini ma sempre attento a quanto gli accade intorno, avendo definito sin dall'inizio un suo percorso in costante evoluzione le cui tappe riservano all'ascoltatore continue sorprese nonostante il sassofonista sembri lavorare in un ambito facilmente identificabile per progettualità e linguaggio. Un po' come accadde, con le dovute trasposizioni, ad un musicista come Thelonious Monk, di cui Lacy ha da tempo raccolto l'eredità artistica e spirituale.
Che si esibisca in solo, in duo (con piano, voce, sax, percussioni ed altro), trio e via via fino all'orchestra, i suoi lavori presentano numerose costanti, sempre ricorrenti: innanzitutto una metodologia compositiva caratterizzata da singole frasi reiterate nel tentativo di definire un tappeto sonoro fondamentale per le parti improvvisate; poi la ricerca di un suono proprio, nel tentativo di esplorare le infinite possibilità timbriche del suo sax soprano (l'unico strumento cui si è dedicato per l'intera carriera); un fraseggio caratterizzato da una notevole trasversalità, tanto più evidente quando la ritmica di supporto si muove in maniera 'regolare'; un songbook piuttosto limitato per quantità - se rapportato alla sua immensa produzione discografica e concertistica - ma caratterizzato da una flessibilità tale da rendere ogni esecuzione un brano nuovo; infine la capacità di esaltare ogni volta le caratteristiche tecniche e stilistiche dei musicisti che lo accompagnano.
Insomma, proprio quanto viene fuori dall'analisi della musica di Monk, le cui composizioni costituiscono da sempre l'ossatura del repertorio lacyiano.
Per gli aspetti appena descritti, l'arte di Steve Lacy può essere sintetizzata proprio in "Morning Joy", registrazione effettuata durante un concerto parigino del 1986 con un quartetto senza pianoforte in cui i sax del leader e di Steve Potts sono accompagnati dal contrabbasso di Jean-Jacques Avenel e dalla batteria di Oliver Johnson, musicisti che - tutti insieme - costituiscono 'la squadra' con cui Lacy ama giocare da tantissimo tempo e che spesso in passato si è arricchita del piano di Bobby Few e della voce di Irene Aebi per la formazione di un sestetto che ha fatto storia (negli ultimi anni a Johnson è subentrato John Betsch).
L'assenza del pianoforte rende la dimensione di questo concerto più aperta, con la struttura ritmica sempre varia costruita egregiamente da Avenel e Johnson grazie a continui cambi di ritmo che suggeriscono ai due sax spunti di grande ispirazione. In questa dimensione il sax di Potts sembra essere funzionale a quello del leader, sia nell'esposizione dei temi spesso 'a linee incrociate' (se ne può trovare un esempio anche nella versione di "The Bath" inclusa nel fondamentale "Momentum"), sia nella creazione di sonorità aspre (spesso tendenti al free o alla musica indiana) alle quali subentrano quelle più eteree di Lacy sortendo un effetto quasi catartico.
I brani che si ascoltano in questo bellissimo disco sono (come spesso accade per Lacy) divisi in parti quasi uguali tra composizioni del leader (quattro) e quelle di Monk (tre) - ulteriore costante della produzione discografica di Steve Lacy - ed ognuno di essi costituisce un quadro da osservare da ogni angolazione, con atmosfere che cambiano continuamente come accade ad esempio in "Wickets", introdotta da un tema frenetico (analogo a quelli che si ascoltano ad esempio nella "Precipitation Suite" che Lacy registrò prima in solo per lo storico "Lapis" del 1971 e poi con l'orchestra per "Itinerary" del 1990) per poi liberarsi in pacate atmosfere bluesy grazie ad un bellissimo assolo di Potts.
Le composizioni di Lacy presenti in questo lavoro sembrano far riferimento a certa musica europea del Novecento, sicché brani come "Prospectus", "Morning Joy" ed "As Usual" sembrano scritti apposta per una voce di soprano (al punto che ci sembra quasi di ascoltare la voce della Aebi) e ad esse si affiancano le immancabili composizioni monkiane, certamente più swinganti, sulle quali il gruppo si muove con una disinvoltura sorprendente, cosa che riesce a ben pochi musicisti alle prese con i brani del pianista di Rocky Mount.
Certo le voci soliste di Lacy e Potts emergono sul resto del gruppo, ma occorre non dimenticare il lavoro di gran classe effettuato da Avenel (sia nell'accompagnamento, spesso ricco di armonici, che negli assolo) e da Johnson (a dir poco magistrale sui tempi lenti).
Un disco imperdibile per gli amanti della musica di Steve Lacy, un musicista che affronta l'arte a 360 gradi e che non smette mai di sorprenderci.



articolo pubblicato nel 2001 su All About Jazz Italia