live:

STEVE LACY QUARTET


Otto Jazz Club, Napoli

7 novembre 2000


  • musicisti: Steve Lacy, sax soprano; Antonio Ciacca, pianoforte; Jean-Jacques Avenel, contrabbasso; John Betsch, batteria.


di Francesco Varriale


Appuntamento di prestigio per l'Otto Jazz Club che, nell'ambito di una fitta serie di appuntamenti musicali, ha presentato il quartetto del sassofonista Steve Lacy. Il musicista americano, simbolo del sax soprano, ha avuto come suoi compagni gli abituali Jean-Jacques Avenel al contrabbasso e John Betsch alla batteria, nonché il giovane pianista italo-tedesco Antonio Ciacca, suo partner nei concerti italiani.
Inutile dire che il concerto non ha tradito le attese, andando anzi oltre le più rosee aspettative circa la durata dello show, prolungatosi sin dopo le due di notte con gran parte del pubblico ben salda al proprio posto fino all'ultima nota. Ed i musicisti hanno avvertito l'aria di attesa rivolta nei loro confronti, lasciandosi prendere dall'entusiasmo e spendendo ogni energia a loro disposizione.
Il repertorio è stato quello abituale, dalle composizioni di Thelonious Monk ("Monk's Dream", "Shuffle Boil", "Bye-Ya" tra le altre) a quelle del leader del gruppo ("The Bath", "The Rent", "Bone", "Gospel"), brani che dal punto di vista strutturale e di linguaggio presentano tra loro notevoli analogie.
I compagni di avventura di Lacy hanno trovato lo spazio per mettersi in grande evidenza: Avenel ha eseguito svariati assolo dispensando armonici, battendo sulle corde quasi a voler trasformare il contrabbasso in uno strumento 'altro', e raggiungendo delle sonorità inesplorate; Betsch ha punteggiato la musica con un drumming che si è mostrato a volte assente per poi evidenziarsi in maniera improvvisa e folgorante; Ciacca è entrato negli assolo con una discrezione ed una compostezza da veterano per poi lasciarsi andare in lunghe successioni di accordi e di cellule sonore reiterate, in piena sintonia con i compagni nell'accelerare e rallentare i tempi.
Ovviamente la parte del leone l'ha svolta Lacy, con il suo tipico fraseggio trasversale e quella circolarità derivanti in parte dal linguaggio monkiano. Le sue esplorazioni hanno riservato continue sorprese, con le frasi ripetute in maniera diversa e volte a ricercare la concentrazione come in una sorta di rito propiziatorio, con un costante raccoglimento che è talvolta sfociato in un delicato urlo lanciato per manifestare la propria esistenza. Le atmosfere rarefatte della parte finale del concerto gli hanno poi permesso di agire in totale libertà lasciandosi andare a raccontare alcuni aspetti della sua arte. Insomma, una serata di grande musica che ricorderemo a lungo.



articolo pubblicato nel gennaio 2001 su All About Jazz Italia