STEVE LACY / ROSWELL RUDD QUARTET

School Days

Emanem / Hat Hut - 1994 (reg. 1963)


  • Musicisti: Steve Lacy, sax soprano; Roswell Rudd, trombone; Henry Grimes, contrabbasso, Dennis Charles, batteria.
  • Brani: Bye-Ya / Brilliant Corners / Monk’s Dream / Monk’s Mood / Ba-Lue Bolivar Ba-Lous-Are / Skippy / Pannonica.


di Paolo Vitolo


I giorni di scuola evocati dal titolo sono evidentemente gli ultimi: dall’impossibile insegnamento monkiano Steve Lacy ha già tratto delle conclusioni soggettive e il suo periodo di militanza nelle frange postume della tradizione bop sta per concludersi. "School Days", infatti, è la pagina abusiva, immortalata per caso, di un affiatatissimo quartetto completato da Roswell Rudd al trombone, Henry Grimes (ormai leggendario) al contrabbasso e Dennis Charles alla batteria: un gruppo non occasionale e che sarebbe stato celebre se la sua produzione di studio (una seduta per la Verve e una per la CBS) non fosse rimasta nel cassetto.
Malgrado la qualità di registrazione tipica delle esibizioni dal vivo non destinate alla pubblicazione, "School Days" non è comunque soltanto il documento che colma quella grave noncuranza dell’industria discografica, ma un’indubitabile pietra miliare, cogliendo grazie anche alla freschezza dell’esecuzione pubblica qualche scorcio significativo della difficile fase di passaggio dalla lingua dello stile e dell’improvvisazione tematica a quella dell’espressione libera e informale.
A questo proposito, il binomio Lacy-Rudd sembra fornire due tracce esemplari: in Lacy, l’esplorazione distillata, trasversale, ulteriormente antiromantica delle antiromantiche melodie monkiane; in Rudd, un esempio davvero raro di espressione solistica informale che conserva gelosamente il riferimento agli impianti armonici dei temi, giudicati evidentemente troppo importanti per essere sacrificati immediatamente dopo l’esposizione. Nascono così, in questa serata di jazz al Village sperduta fra tante, interpretazioni tra le più vitali e originali di sette composizioni monkiane, e tra queste, almeno "Brilliant Corners" e "Monk’s Mood" vanno giudicate a tutti gli effetti dei capolavori.
Molto spesso, a dispetto di luoghi comuni quasi un po’ moralistici, anche nel jazz la musica registrata in studio si rivela migliore di quella dal vivo, godendo di una situazione più favorevole alla concentrazione del musicista, il che significa, malgrado tutto, alla sua sincerità. Ma qui, è evidente, il ristretto pubblico del localino non suscita nel gruppo alcuna variazione di comportamento: ci si sorprende anzi del lavoro accuratissimo dei due solisti, forse non previsto, nei due brani ("Bye-Ya" e "Pannonica") in cui sono costretti ad arredare il loro sound con il supporto della sola batteria.
All’opportunità di stanare le due sedute di studio si pensa soprattutto per ampliare la possibilità di ascolto di questo meraviglioso gruppo, vissuto quanto bastava per mettere a punto la propria identità.



articolo pubblicato nel 2004