La musica di TOTORE / @SalvatoreC1970

BRAVO BABOON: Humanify (Auand Records, 2019)

Molti artisti attraverso la musica esprimono il proprio dissenso verso la società ed i suoi lati più ignobili (fascismo e razzismo) e quindi attraverso le note raccontano storie.
I Bravo Baboon non si tirano indietro e dicono la loro con il loro secondo disco, uscito per l’etichetta discografica di Bisceglie, la Auand Records. Sono Dario Giacovelli (basso, contrabbasso ed effetti), Gianluca Massetti (piano, synth e tastiere) e Moreno Maugliani (batteria). Il nome nasce dall’apostrofare l’essere umano con ‘bravo scemo’, perché i passi indietro dell’uomo sono notevoli.
Infatti “Humanify” nelle intenzioni degli autori, va alla ricerca del nostro senso di umanità perduta, che nonostante un mondo ipertecnologico ha perso comprensione e solidarietà nell’altro.
Il viaggio parte con il mare increspato di “Oversea” dove il groove abbatte barriere, confini, steccati tutto e termina come tutti i viaggi “A casa”, un delicato ritmo notturno accompagna il giusto ritorno nelle mura domestiche dove ritrovare la serenità.
L’unico brano cantato è “Humanify”, scelto come singolo ed accompagnato da un bel video. E’ la bella voce di Carolina Bubbico che impreziosisce un bel soul del duemila.
Non è un semplice esercizio di stile la cover di “Under the bridge” dei RHCP, anzi i tre bravi guaglioni la rendono più bella dell’originale (ah quel contrabasso killer). Sono sicuro che tutti si ritroverebbero come me a cantarci sopra.
Con il poker “Afrodanish”, “Forget To Be Present”, “Redwood” e “Space Donut” i tre diventano più aggressivi. La musica si fa più sperimentale. L’elettronica prende il sopravvento, rendendo ancora più vario ed interessante il disco.
Non c’è solo jazz, ma anche funky, nu soul, elettronica. Una notevole ricerca musicale che ha portato, oltre ad un suono pulito ed impeccabile, ad una moltitudine di suoni.
Credo sia inutile etichettare un disco così bello. E’ buona musica, questo basta per ascoltarlo con attenzione, perché ogni pezzo nasconde mille sorprese.


MAISHA: There Is A Place (Brownswood Recordings, 2018)

John e Alice Coltrane, Sun Ra, Kamasi Washington, Pharoah Sanders. Soul, free jazz e afrobeat. Non pensate ad una macedonia: sono solo i riferimenti del collettivo londinese Maisha (“vita” in lingua swahili). Fanno parte della stupenda scena jazz londinese. Sono sette musicisti talentuosi (segnatevi due nomi su tutti: Nubya Garcia e Shirley Tetteh) e si fanno conoscere con un mini del 2016, "The Night Trance".
Vengono inseriti in un disco dell'etichetta di Gilles Peterson (l'Acid Jazz non vi dice niente?), che raccoglie i migliori gruppi inglesi degli ultimi anni. I Maisha aprono il disco con un pezzo che è un tributo ad Alice Coltrane e Pharoah Sanders.
“There is a place” è il loro primo disco del 2018. Solo cinque brani, quarantacinque minuti di musica, ma è musica che riempie. Paragonabile ad un panino salsiccia e friarielli, con la provola affumicata. Dopo che l’hai mangiato stai sazio, ma pensi... “maronna me ne magnasse n'ato”.
E’ jazz senza confini e limiti musicali. Niente di nostalgico, o di facile presa. La musica dei Maisha si trasforma, muta, in qualcosa di mistico. E’ elevazione del piacere dell’ascolto. Ogni brano è in continuo cambiamento, le dinamiche musicali si sviluppano in differenti stili.
Non è da sentire come sottofondo ma a tutto volume. Questi sette pazzi amano il jazz, ma lo contaminano, portandolo in una nuova dimensione moderna. Mò stendetevi sul divano e se vi piace viaggiare, abbandonatevi fatevi questo trip nell'estasi. Il viaggio è gratis e vi porta nel mondo dei Maisha. Ed una volta entrati non potete ignorarlo.

Faciteme sapè. Cè verimme, guagliù...


YAZZ AHMED: La saboteuse (Naim Records / 2017)

Secondo me non esiste in questo momento una trombettista più visionaria, mistica e spirituale di Yazz Amhed, uno dei talenti emergenti dell’attuale scena jazz inglese. Un jazz, il suo, stratificato e dalle molte forme. Il suo secondo disco - “La Saboteuse” - è una ventata d’aria fresca, già dalla copertina psichedelica. Qualcosa mi ha ricordato alcune cose dei Jagga Jazzist, dei Tortoise (magari sbaglio per colpa dell’alcool) ma sicuramente l’influenza araba è assai forte, cosi come pure l’elettronica. È musica che non conosce barriere musicali, che non ha paura di rischiare. “La Saboteuse” è un cazzo di disco: mi sono fatto un trip senza sapere cosa mi aspettasse. Suoni spaziali, caldi, visionari. La Amhed sperimenta una musica irrequieta, le tonalità cambiano velocemente.
Suono impeccabile da parte di tutti i musicisti (c'è anche quel genio di Shabaka Hutchings). Vabbuò, che v'aggia dicere, con questo disco ci sto in fissa: è JAZZ. Ma se poi ‘o jazz nun ve piace, è ‘nu problema vuosto: significa che ve piace ‘o fummo.