La musica di TOTORE / @SalvatoreC1970

MAISHA: There Is A Place (Brownswood Recordings, 2018)

John e Alice Coltrane, Sun Ra, Kamasi Washington, Pharoah Sanders. Soul, free jazz e afrobeat. Non pensate ad una macedonia: sono solo i riferimenti del collettivo londinese Maisha (“vita” in lingua swahili). Fanno parte della stupenda scena jazz londinese. Sono sette musicisti talentuosi (segnatevi due nomi su tutti: Nubya Garcia e Shirley Tetteh) e si fanno conoscere con un mini del 2016, "The Night Trance".
Vengono inseriti in un disco dell'etichetta di Gilles Peterson (l'Acid Jazz non vi dice niente?), che raccoglie i migliori gruppi inglesi degli ultimi anni. I Maisha aprono il disco con un pezzo che è un tributo ad Alice Coltrane e Pharoah Sanders.
“There is a place” è il loro primo disco del 2018. Solo cinque brani, quarantacinque minuti di musica, ma è musica che riempie. Paragonabile ad un panino salsiccia e friarielli, con la provola affumicata. Dopo che l’hai mangiato stai sazio, ma pensi... “maronna me ne magnasse n'ato”.
E’ jazz senza confini e limiti musicali. Niente di nostalgico, o di facile presa. La musica dei Maisha si trasforma, muta, in qualcosa di mistico. E’ elevazione del piacere dell’ascolto. Ogni brano è in continuo cambiamento, le dinamiche musicali si sviluppano in differenti stili.
Non è da sentire come sottofondo ma a tutto volume. Questi sette pazzi amano il jazz, ma lo contaminano, portandolo in una nuova dimensione moderna. Mò stendetevi sul divano e se vi piace viaggiare, abbandonatevi fatevi questo trip nell'estasi. Il viaggio è gratis e vi porta nel mondo dei Maisha. Ed una volta entrati non potete ignorarlo.

Faciteme sapè. Cè verimme, guagliù...


YAZZ AHMED: La saboteuse (Naim Records / 2017)

Secondo me non esiste in questo momento una trombettista più visionaria, mistica e spirituale di Yazz Amhed, uno dei talenti emergenti dell’attuale scena jazz inglese. Un jazz, il suo, stratificato e dalle molte forme. Il suo secondo disco - “La Saboteuse” - è una ventata d’aria fresca, già dalla copertina psichedelica. Qualcosa mi ha ricordato alcune cose dei Jagga Jazzist, dei Tortoise (magari sbaglio per colpa dell’alcool) ma sicuramente l’influenza araba è assai forte, cosi come pure l’elettronica. È musica che non conosce barriere musicali, che non ha paura di rischiare. “La Saboteuse” è un cazzo di disco: mi sono fatto un trip senza sapere cosa mi aspettasse. Suoni spaziali, caldi, visionari. La Amhed sperimenta una musica irrequieta, le tonalità cambiano velocemente.
Suono impeccabile da parte di tutti i musicisti (c'è anche quel genio di Shabaka Hutchings). Vabbuò, che v'aggia dicere, con questo disco ci sto in fissa: è JAZZ. Ma se poi ‘o jazz nun ve piace, è ‘nu problema vuosto: significa che ve piace ‘o fummo.