live:

BRANFORD MARSALIS QUARTET



Ravello Festival

Belvedere di Villa Rufolo, Ravello (Sa)

18 luglio 2015


  • musicisti: Branford Marsalis, sax tenore e soprano; Joey Calderazzo, pianoforte; Eric Revis, contrabbasso; Justin Faulkner, batteria.


di Francesco Varriale


S’era capito dall’inizio, dall’apertura dei cancelli della spettacolare Villa Rufolo, che i componenti del quartetto del sassofonista Branford Marsalis avrebbero offerto una prestazione maiuscola. Sul palco spoglio, con lo sguardo volto verso uno scorcio panoramico mozzafiato, gli strumenti erano posizionati vicinissimi, quasi a voler ricreare la dimensione raccolta da jazz club.

E così è stato. Da subito, i quattro hanno suonato con la massima intensità, guardandosi negli occhi e sentendosi respirare, con la sezione ritmica in totale simbiosi con il sassofono del leader che ha così avuto l’opportunità di sfoggiare un condensato degli ultimi sessant’anni di storia del sax tenore offrendoci, insieme, la profonda spiritualità di Coltrane e la fluida robustezza di Rollins. Ma Marsalis ha raccontato soprattutto sé stesso, la sua energia dirompente e il suo profondo intimismo, trascinandoci inevitabilmente nel ritmo sostenuto di “The Mighty Sword” e regalandoci un senso di profonda commozione durante l’esecuzione di “Hope” e di "A Thousand Autumns".

Ma c'erano gli altri, tre musicisti ai quali il leader ha concesso spazio in abbondanza. C’era, in particolare, il pianista Joey Calderazzo che, dopo il vuoto causato qualche anno fa dalla scomparsa di Kenny Kirkland, pare essere diventato l’alter ego di Marsalis (fondamentale, tra gli altri, la registrazione in duo di “Songs of Myrth and Melancholy” del 2012, ndr). Calderazzo si è ritagliato ampie finestre solistiche di altissimo livello durante le quali il leader si è opportunamente fatto da parte lasciandogli completamente la ribalta. E c'erano Eric Revis e Justin Faulkner, rispettivamente contrabbasso e batteria di uno straordinario motore che pareva non volersi mai fermare.

La seconda parte del concerto ha visto poi il quartetto dedicarsi alla rilettura di alcuni standards della tradizione jazzistica che hanno reso felice una parte del pubblico che, evidentemente, era rimasta un po’ turbata dalla dirompente e sorprendente bellezza dei primi brani. Si sono ascoltate “Cheek to Cheek” e “It Don’t Mean A Thing” in rivisitazioni risultate moderne per il lavoro svolto sulla forma del tema, nonché la chiusura dell’intero concerto, quella “St. James Infirmary” che ha condotto tutti in una dimensione da marching band di New Orleans.

Ebbri di musica e vogliosi di non interrompere la magica serata, abbiamo lasciato la bellissima Ravello facendoci accompagnare ancora dal quartetto di Marsalis che ha riempito la nostra auto con quella bella rilettura di “A Love Supreme” che, registrata nel 2003 ad Amsterdam, ha da poco visto la luce su disco. Perché è da Coltrane che passa buona parte di tutto questo.



articolo pubblicato nel luglio 2015