FABIO MORGERA

Colors

Red Records - 2002 (reg. 2000)


  • Musicisti: Fabio Morgera, tromba, flicorno; Steve Turre, trombone; J.D. Allen, sax tenore; James Hurt, pianoforte (1,4,7,9); Joe Rybczyk Jr., pianoforte (2,3,5,6,8,10,11); Eric Revis, contrabbasso; Alvester Garnett, batteria.
  • Brani: Yellow / Red / Blue / Black / White / Grey / Purple / Green / Brown / Orange / Pink.


di Francesco Varriale


Personaggio interessante, Fabio Morgera. Italiano di nascita e formazione, newyorkese di adozione, si è andato affermando in maniera sempre più decisa sulla scena americana raccogliendo nel suo paese natio meno consensi di quanti ne meriterebbe realmente.
Agile e insieme robusto, d’impatto sui tempi veloci e struggente su quelli lenti, strumentista impeccabile sullo staccato, Morgera è anche un ottimo interprete di composizioni che qui gli permettono di giocare sulla varietà cromatica rendendo il disco molto vivo dal primo all’ultimo brano. I "Colors" qui si riferiscono a vari stati d’animo ed a vari stili musicali, evidenziando tutto il bagaglio, artistico ed emozionale, che questo musicista porta dentro di sé: echi di Jazz Messengers e del quintetto davisiano degli anni sessanta, ma anche i quintetti d(e)i Marsalis, si susseguono senza che il disco ne perda in continuità e coerenza stilistica, improntandosi di quel post-bop perfettamente in linea con la produzione Red Records.
Il merito della riuscita di questo lavoro va ascritto innanzitutto all’intera front-line, perfetta negli unisono e nell’intreccio delle linee dei fiati, parti scritte o improvvisate che siano; ma anche alla ritmica, ideale sostegno per le sortite solistiche dei tre, capace anche di mostrarsi poco invasiva nei momenti soft.
Tra i brani, tutti belli, ci preme segnalare l’iniziale "Yellow" per l’immediato impatto ritmico; "Blue" – eseguita in duo piano/tromba – per l’atmosfera pacata, più che triste, come indica il titolo, che vi si respira; "Black", un vero manifesto di tutto il jazz che Morgera ha ascoltato, con il piano di James Hurt che ricorda l’Hancock anni sessanta; "Orange", in puro stile Messengers, anche per la lunga intro di batteria che ricorda Art Blakey.
Il tutto per un disco riuscito, che mostra al meglio un musicista di cui dovremmo interessarci di più.



articolo pubblicato nel 2004