OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL 2018

 
MAX DE ALOE
R. BRAZZALE LYDIAN SOUND ORCHESTRA
ENRICO RAVA NEW QUARTET
HELGA PLANKENSTEINER PLANKTON
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di Lorenza Cattadori


E menomale che lo sponsor austriaco entra a forza nel nome del Festival e invece di guastarlo lo riempie di musicalità e di un certo mistero. Giustamente l’organizzatore Massimo Barbiero ne sottolinea la forza e pure l’unicità, se è vero che per organizzare un evento che dura da quasi quaranta edizioni occorra rivolgersi a un’azienda di software viennese. C’è di che riflettere.

OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL, e benché l’amministrazione locale lo consideri certamente un elemento importantissimo nel panorama culturale di Ivrea è giusto l’energia dei molti giovani volontari, la curiosità creata dal filo conduttore della manifestazione – ogni anno differente – e un palinsesto sempre studiato ad arte a farne un appuntamento amato, atteso e autorevole. Reiterazione della vocale “A”.


Un’Anticipazione davvero interessante del festival è stata la presentazione, il 14 maggio, del primo lavoro di un duo inedito formato da Emanuele Sartoris – già ospite fisso della trasmissione “Nessun Dorma” di Rai 5 condotta da Massimo Bernardini, che firma anche le note di copertina - e da Marco Bellafiore  con qualche pensiero a modelli come Bill Evans con Eddie Gomez o più recentemente Grégory Privat con Lars Danielsson: un pianoforte che dialoga con un contrabbasso dando sulla carta l’idea di ascoltare un suono piuttosto ostico e vago che invece si rivela poetico e pieno, e questi due musicisti dimostrano una sensibilità e una maturità che contrasta con la giovanissima età. L’occasione è la rilettura delle poesie di Charles Baudelaire giocando sui titoli, ma “I Suoni del Male” è un album davvero ben costruito che speriamo di poter approfondire sempre su queste pagine.


La prima traccia della trentottesima edizione dell’Open Jazz è un’Anteprima con qualche rimando alla natura stessa del festival, così attento alla coesistenza di ogni forma d’arte e quest’anno costruito sul tema della ‘elogio della follia’ proprio come la vedeva Erasmo Da Rotterdam: un gioco pazzo dove le passioni hanno la meglio e vince sempre la vita. Nel bellissimo, inaspettato spazio del Museo Garda sabato 17 marzo il quartetto Enten Eller, decisamente uno tra i più longevi gruppi jazz in Italia, si è riunito portando ognuno un proprio pezzo, inedito persino per gli altri tre componenti, suonando in una sala del museo mentre in altre quattro erano posizionati altrettanti danzatori. Un’improvvisazione spinta ed energetica affinata sul mito del Minotauro, richiamo alla follia con protagonisti le percussioni di Massimo Barbiero sulla danza di Roberta Tirassa; Teseo, la ragione, vede la chitarra di Maurizio Brunod e il gesto ampio di Tommaso Serratore, mentre Minosse che impersona il potere è interpretato dalla tromba di Alberto Mandarini e dalla danzatrice Sara Peters e il contrabbassista Giovanni Maier con Giulia Ceolin celebrano Arianna e il tema del sentimento. Brani tesissimi a sperimentare tutte le sonorità possibili dei reciproci strumenti e una danza sempre opportuna (e in qualche caso perfetta) che il pubblico dimostra di apprezzare con lunghissimi applausi, dopo l’ultima impalpabile nota di "Per Emanuela", pezzo degli Enten Eller che raduna nel finale tutti gli artisti nella stessa sala. Più che un incipit un vortex.


L’inizio della ‘tre giorni di jazz’ si svolge giovedì 22 marzo in Santa Marta, una chiesa sconsacrata ma in un certo senso riconsacrata alla musica e a varie conferenze. Un luogo pieno di fascino che sopperisce a qualche carenza acustica con la qualità delle offerte culturali. La serata si sdoppia in due set assolutamente eterogenei: l’Abbacinante e l’Adrenalinico, un senso malinconico da brivido contrapposto ai brividi di una danza guerriera.


Il chitarrista Lorenzo Cominoli – tratto gentile ma colto – consuma nell’ascolto i cd di Garrison Fewell tanto da studiare, insieme ad altri due grandi musicisti come Max De Aloe e Attilio Zanchi, un trio ad hoc che possa reinterpretare la poesia di Fewell anche attraverso strumenti come accordion e armoniche cromatiche, suonate da De Aloe in modo magistrale.

Esperimento davvero riuscito - su disco nulla cambia ed è cosa assai rara - e la proposta musicale passa dai brani di Fewell (splendido "City Of Dreams" che offre anche un titolo per il progetto) a citazioni di ciò che Fewell amava come "Beatrice" di Sam Rivers, fino a qualcosa di originale come il pezzo "Blue Night Of Fez" composto da Cominoli e la commovente (in senso etimologico) "A Reason To Believe" di Zanchi che ricama con il suo contrabbasso note dense e profonde. Concerto molto apprezzato, anche da chi scrive, che parte con dolcezza e si risolve in un finale pieno di anfratti e note ‘nere’. Il bis era pronto ma il secondo set scalpita, scalpita veramente insieme a una trentina di danzatrici le quali, forti di giochi di luci, costumi e coreografie originali, coinvolge il pubblico con movenze guerriere, si diceva, accompagnando il gesto con grida e un senso di combattimento imperante – tranne in un quadro in solitaria -  anche in virtù della musica che accompagna: ossia quel particolare album registrato da Barbiero lo scorso anno insieme al chitarrista Roberto Zorzi e all’arrampicatore vocale Boris Savoldelli. Troppe le danzatrici perché qui si possa omaggiarle personalmente, ma è corale il ringraziamento per la particolare performance. Così come un piccolo rimando va al ‘bravo presentatore’ Daniele Lucca: voce caldissima in mille battute (e battutine), ma il merito di un sostrato culturale non indifferente.


La terza storia va in scena venerdì 23 marzo e inizia con Appeal  insieme alla presentazione della  più recente pubblicazione dello studioso Guido Michelone, "Il Michelone", appunto, una sorta di almanacco che muove dalle recensioni pubblicate negli anni come occasione per parlare di musicisti e correnti jazzistiche. Preparazione rigorosa ma sorridente, maglioncino verde mela, un musicista diciassettenne ad accompagnarlo e intervistarlo e il tutto stemperato nello stile leggero del musicologo, che non cade mai dall’alto e si rende comprensibile anche a chi è presente solo per il piacere di esserci. A seguire, un concerto veramente archetipico fatto delle molte modalità di percepire la musica: il chitarrista valdostano Loris Deval si misura con il violino limpido di Anais Drago, con le influenze balcaniche nel contrabbasso di Viden Spassov e soprattutto con il Brasile del percussionista Gilson Silveira ed è tutto un prisma di suoni molto piacevole per l’ascoltatore. Il progetto "Oba Mundo" è giocato sulla rivisitazione di colonne sonore, e anche se essere in bossa seguendo Silveira nella "Samba De Orfeu" è operazione piuttosto complessa, in altri brani la resa è piena e sapiente.


Debutto al Teatro Giacosa ed è un’esplosione di musica Assoluta. La notevolissima Helga Plankensteiner, strumentista altoatesina ai fiati, crea un sestetto inizialmente definito ‘mitteleuropeo’ per la provenienza dei suoi componenti. L’idea parte da un reinterpretazione dei Lieder di Franz Schubert e tutto lascia a bocca aperta;  il motivo non è solamente nell’essere tutti quanti concentrati a cercare un nesso tra composizioni originali e rielaborazione, ma perché non sappiamo trovare un solo piccolo difetto a questo ensemble così equilibrato, sapiente e simpatico (anche qui, in senso etimologico). Helga suona il sax baritono (con un garbo che non risiede solo nel fatto di essere donna), il clarinetto e poi canta e la sua voce ha un timbro bellissimo e non ha nulla di impostato – cosa rarissima in Italia, vogliate concederci un piccolo appunto – insieme al pianista e organista Michael Lösch, al trombonista Gerhard Gschlössl, al trombettista Matthias Schrieff (a cui è dedicato il brano "Meister Schrieff") e a a due dei nostri più lucidi strumentisti, ossia Enrico Terragnoli a banjo elettrico e chitarra e Nelide Bandello alla batteria. Tutti magnifici.


Serata di Astri in un cielo piovoso, perché nel secondo set c’è Enrico Rava con il suo New Quartet, che perde per una sera il contrabbasso di Gabriele Evangelista per trovare il suono di Francesco Ponticelli, concentratissimo ma non atterrito, dal momento che con Rava aveva già suonato; il chitarrista Francesco Diodati gioca con l’elettronica e tra un ingorgo di pedaliere, loop e delay il suono ci arriva diretto e quasi familiare; governa le percussioni un bravo Enrico Morello sempre puntuale in ogni passaggio. Concerto oggettivamente bello, costruito su alcuni brani di Rava fatti di quella lontananza leggerissima e una "My Funny Valentine" superba alla faccia delle maldicenze intorno a quel pezzo.


La serata prosegue al Caffè del Teatro tra piatti, calici e un sostanziale rumore di fondo mitigato solo dall’esibizione piacevolissima del The Essence Quartet con Sara Kari al sax, Emanuele Sartoris al piano elettrico, Dario Scopesi al contrabbasso e Antonio Stizzoli alla batteria.


Il sabato 24 marzo scoppia di salute con la presentazione del libro “Grande Musica Nera” di Paul Steinbeck, edito da Quodlibet e curato dal musicologo Claudio Sessa, presente in Santa Marta con Davide Gamba, libraio e musicista e lo stesso Barbiero, perché il volume ci parla degli Art Ensemble Of Chicago e lui con Famoudou Don Moye ci ha suonato. Sessa è sempre enciclopedico, ma mai pedante ed è un piacere da ascoltare.


La parola è importante e lo dimostra anche il primo dei due concerti al Teatro Giacosa. La parola questa volta è Approfondimento e lo è su Thelonious Monk e quei sette anni di silenzio, che poi significa “non suono” in tutte le accezioni possibili, a casa di Pannonica sul fiume Hudson, insieme alla moglie Nellie. A narrarci i pensieri è uno dei nostri scrittori, talmente bravo e amato da divenire uno scrittore ‘nostro’, e così Stefano Benni sceglie Umberto Petrin a lasciar tradurre in musica il bellissimo testo letto al pubblico e perfezionato ad ogni esibizione. Tutto funziona perfettamente e l’immedesimazione – in "Sphere", ma anche in "Billie" a cui è dedicata una parte del reading - è davvero fortissima.


Secondo concerto molto composito, affidato a un vincitore del Top Jazz quale Riccardo Brazzale con la Lydian Sound Orchestra. L’occasione di questo concerto, intitolato "We Insist", è ricordare il cinquantesimo dalla morte di Martin Luther King e il rimando è naturalmente importante così come lo è la struttura dell’esibizione, che alterna ottimi pezzi originali (una per tutti "Un Capanno Di Montagna In Mezzo Al Mare", davvero Avvolgente) a interpretazioni dallo stupendo album del 1960 “We Insist! Freedom Now Suite” con Mauro Beggio a ricalcare Max Roach. La cantante Vivian Grillo, voce notevole, si rende conto che il ‘modello Abbey Lincoln’ sia inarrivabile e dà il meglio, ma forse avremmo preferito qualche sonorità più profonda e un timbro meno squillante da standard. Va meglio in "Blackbird" di Lennon-McCartney –  l’idea di libertà è virata in molte forme – giocata come in un’opera di Gershwin: una soprano che canta nelle proprie modalità sopra uno swing incontenibile. Impossibile non menzionare tutti i musicisti: un inaspettato e sorprendente Mauro Negri al clarinetto, Robert Bonisolo ai sax, Rossano Emili al baritono, Gianluca Carollo a tromba e flicorno, Giovanni Hoffer al corno, Roberto Rossi al trombone, Glauco Benedetti alla tuba, Paolo Birro al piano, Marc Abrams al contrabbasso oltre a Vivian e Beggio già citati e al trio Broken Sword Vocal Ensemble.


Perché tutta questa prevalenza di “A”? L’unica spiegazione è che occorra un filo ideale per muoversi in tutto questo coacervo di spunti. E in effetti non pochi artisti, salendo sul palco a ringraziare dell’invito l’organizzazione, li ha chiamati “pazzi” e non come riferimento a Erasmo, ma pazzi davvero per essere riusciti a organizzare un festival tanto poliedrico.

O, visto l’orientamento attuale, anche solo un festival.