POMIGLIANO JAZZ FESTIVAL 2017

27 luglio - 6 agosto


di Francesco Varriale


Anche per la XXII Edizione l’organizzazione del Pomigliano Jazz Festival è riuscita a dar vita a una rassegna il cui cartellone era talmente fitto di appuntamenti di prestigio da indurre molti appassionati a posticipare la partenza per le vacanze estive, sia per avere la possibilità di ascoltare straordinari musicisti del panorama jazzistico nazionale ed internazionale, sia per non perdere la preziosa occasione di visitare siti architettonici, archeologici e ambientali di immenso valore.

Analogamente a quanto accadde lo scorso anno con Enzo Avitabile, il direttore artistico Onofrio Piccolo ha assegnato carta bianca a quell’alchimista di suoni che risponde al nome di Matthew Herbert, inserito in cartellone con ben tre progetti: un trio con Rava e Guidi; un dj set; un concerto con l’Orchestra Napoletana di Jazz, da svariati anni prestigioso ospite fisso della rassegna.


Proprio con il citato trio la rassegna ha avuto inizio, il 27 luglio, nel suggestivo scenario dei Conetti Vulcanici del Carcavone a Pollena Trocchia (Na), in una radura alle pendici del Monte Somma presso la quale sono accorsi numerosi appassionati curiosi di ascoltare cosa sarebbe venuto fuori dalla combinazione della tromba di Enrico Rava e del pianoforte di Giovanni Guidi con le manipolazioni elettroniche di Matthew Herbert.

Nella prima parte del concerto, il trio ha lavorato per oltre mezz’ora sulle infinite possibili variazioni di frasi di un paio di temi di Rava, con Herbert intento a giocare con continui loop e overdubbing per dar vita a una musica ‘altra’, tanto intrigante quanto incomprensibile alla maggioranza dei presenti. Il risultato non è stato a nostro avviso dei più riusciti in quanto l’interazione con il trombettista (ormai passato stabilmente al flicorno) è risultata penalizzante per quest’ultimo, sopraffatto da suoni e rumori prodotti dalla strumentazione elettronica dell’inglese. A tener testa a Herbert ci ha pensato però Giovanni Guidi, giovane e già esperto pianista che riesce a muoversi con disinvoltura nell’ambito della pura improvvisazione e che, proprio per questo, ha potuto rintuzzare e contenere il magma sonoro prodotto da Herbert, con Rava che, da ispiratore, pareva diventare progressivamente spettatore di una sorta di battaglia sonora tra i suoi partner.

Dopo una seconda parte del concerto condotta più o meno sui medesimi binari, Rava e Guidi sono ritornati sul palco in duo per un richiestissimo bis, una ballad che è sembrata un contentino per quella parte di pubblico accorsa per ascoltare il jazzista Enrico Rava senza sapere che, per oltre cinquant’anni, la sua musica è comunque stata caratterizzata anche da ricerca, sperimentazione e improvvisazione radicale.


Il giorno seguente si sono esibiti al Parco delle Acque di Pomigliano d’Arco (Na) il trio del batterista Leonardo di Lorenzo ed il Flamenco Quartet del pianista spagnolo Chano Dominguez, mentre sabato 29 luglio ha calcato il medesimo palco il quintetto del trombonista Alessandro Tedesco e del trombettista Pino Melfi, con ospite la cantante Ileana Mottola, per il progetto intitolato “Jack and Rozz”. La scelta di rielaborare in chiave jazzistica brani tratti dal repertorio della musica rock ci è parsa felice negli intenti, così come gli arrangiamenti sono risultati centrati e frutto di una buona sensibilità musicale; c’è però da dire che mancava completamente l’impatto sonoro ed emotivo che si percepiva all’ascolto delle versioni originali delle canzoni di Led Zeppelin, Deep Purple, Pink Floyd, Rolling Stones e altri, brani di cui è stata restituita esclusivamente la bellezza della melodia.

Nel pomeriggio dello stesso giorno siamo stati coinvolti in prima persona per le Guide all’Ascolto, una cavalcata di quasi tre ore in cui abbiamo provato a ripercorrere la Storia del Jazz dalle Origini al Bebop grazie all’ausilio di materiale audiovisivo e, soprattutto, grazie alla performance live e alle spiegazioni di tecnica e teoria musicale del pianista Francesco Nastro, opportunamente supportato dal sassofonista Giulio Martino, dal contrabbassista Antonio Napolitano e dal batterista Peppe La Pusata. La musica eseguita dal vivo e il materiale audiovisivo hanno riproposto quanto del jazz delle origini abbia resistito, in nuova forma, anche negli stili successivi: il patting juba nel canto solitario di Bobby McFerrin; il tema del call and response dello spiritual e dello shout negli schemi di alcuni brani hard-bop o del jazz modale. Ne è venuto fuori un format nuovo e flessibile che ci auguriamo potrà essere riproposto in futuro.


Il 30 luglio il piano solo di Francesco Nastro ha aperto la serata al Parco delle Acque. Il pianista di Castellammare di Stabia, assiduo ospite della rassegna sin dalla prima edizione del 1996, ha tenuto desta l’attenzione del pubblico per circa un’ora di musica eseguita combinando al meglio lirismo e invenzioni ritmiche grazie a una notevole tecnica e a una ormai affinata sensibilità artistica. Si è trattato di una sorta di retrospettiva musicale che, partendo da “Heavy Feeling” (brano improntato ad atmosfere tardoromantiche, incluso in una registrazione dei suoi inizi), ha toccato standards della tradizione jazzistica (“The Nearness of You” e “It’s Alright with Me”) fino a giungere a canzoni tratte dal repertorio napoletano classico (“Resta cu’ mme” di Domenico Modugno) e moderno (“Pace e serenità” di Pino Daniele). Con questa performance Nastro ha mostrato quanto materiale abbia assorbito e rielaborato in una carriera ormai lunga, per tirar fuori un linguaggio proprio che si è andato progressivamente asciugando negli anni, mirando con attenzione all’essenza della musica.

A concludere la serata il concerto di Matthew Herbert con l’Orchestra Napoletana di Jazz diretta da Mario Raja, una performance alla quale ci eravamo avvicinati curiosi di vedere come si sarebbe comportato il musicista inglese inserito in un ensemble allargato. C’è da dire che l’arrangiamento è un’arte di cui Raja conosce i segreti più nascosti e che il suono delle sue orchestre risulta sempre di forte impatto, motivo per il quale le alchimie sonore di Herbert faticavano ad emergere nella prima parte del concerto, cosa che invece è riuscita ai componenti dell’orchestra che si sono alternati nelle parti solistiche di brani tratti dal repertorio popolare: il trombettista Gianfranco Campagnoli, i sassofonisti Giulio Martino, Enzo Nini e Marco Zurzolo, il pianista Francesco Nastro si sono ritagliati interessanti momenti solistici in brani come “Canzone di Zeza” e “Era de maggio” fino a “L’acquaiuolo” di Raffaele Viviani, mentre meno convincente ci è parsa l’interpretazione vocale di Rahel Debebe-Dessalegne su “Chi tene ‘o mare” di Pino Daniele, non tanto per l’innegabile bellezza della voce della cantante quanto per un’interpretazione poco credibile a causa di una pronuncia inevitabilmente poco incisiva. Quanto a Herbert, i suoi suoni prodotti dal masticare una papaccella (ortaggio tipico del territorio vesuviano), per quanto campionati, sono risultati di scarso impatto sonoro e alquanto insignificanti se si pensa che tali esperimenti hanno avuto illustri predecessori in ambito musicale (e artistico) già a partire dalla metà dello scorso secolo, apparendo, per questo datati, così come ci è parsa poco convincente la sua performance vocale.


Dopo due giorni di riposo, la rassegna è ripresa il 2 agosto con il Robert Glasper Experiment alle Basiliche Paleocristiane di Cimitile ed è proseguita il 3 agosto all’Anfiteatro Romano di Avella (Av) dove si è esibito il cantante Gregory Porter, introdotto da una performance del quintetto del pianista napoletano Francesco D’Errico che, presentando un progetto ispirato al compositore di madrigali Gesualdo da Venosa, ha dato vita a una prova interessante ma poco adatta ad un pubblico che, non avvezzo a un jazz di impronta cameristica, era accorso per ascoltare il quarantacinquenne cantante californiano.

Sin dalle prime note di “Holding On”, Gregory Porter è riuscito a stabilire uno straordinario feeling con il pubblico, diventato da subito parte integrante dello spettacolo, soprattutto quando il cantante coinvolgeva i presenti con brani ritmati come “Don’t Lose Your Steam” e “Liquid Spirit” ricreando, grazie anche alle straordinarie sonorità dell’organo Hammond di Ondrej Pivec e del sax di Tivon Pennicott, un’atmosfera da chiesa in cui Porter si mostrava a suo agio nelle vesti di predicatore di un soul rivisitato in chiave moderna.

I brani eseguiti erano prevalentemente tratti dai suoi ultimi album registrati per la Blue Note, ovvero “Liquid Spirit” e “Take Me to the Alley”, quest’ultimo vincitore del Grammy Award come miglior album di jazz vocale. Si sono così succedute autentiche perle come “Hey Laura”, “In Fashion”, “Free”, fino a “Lonesome Lover” (che fu portata al successo da Abbey Lincoln e Max Roach nel 1962) e a “Hit the Road Jack” (indimenticato successo di Ray Charles).

A concludere una serata che resterà a lungo impressa nel cuore degli appassionati, un richiestissimo bis in cui Porter ha eseguito la bellissima “No Love Dying”, prima che il resto del gruppo (completato dal pianista Chip Crawford, dal contrabbassista Jahmal Nichols e dal batterista Emanuel Harrold) si abbandonasse a una lunga serie di assolo e lasciasse lentamente il palco tra gli scroscianti applausi di un pubblico entusiasta.


Il 4 agosto, al Museo Emblema di Terzigno (Na), si è esibito il pianista Enrico Pieranunzi accompagnato dai due sassofoni di Rosario Giuliani e Marco Zurzolo, mentre il 5 agosto è stata la volta del trio composto dal trombonista Gianluca Petrella, dal chitarrista Eivind Aarset e dal percussionista Michele Rabbia nel piazzale antistante il Palazzo Caravita a Sirignano (Av).

Anteprima di un disco che a breve vedrà la luce per l’etichetta tedesca ECM, il concerto ha evidenziato la ormai conclamata classe di tre musicisti che riescono a muoversi con disinvoltura in qualunque ambito e, soprattutto, la loro abilità nel costruire la musica nel momento stesso dell’esecuzione, ascoltandosi l’un l’altro con un senso dell’interplay particolarmente moderno. Se di Aarset conoscevamo la capacità di utilizzare la chitarra come strumento melodico ma soprattutto armonico grazie a un magistrale uso dell’elettronica, c’è da dire che Petrella è riuscito a fare del suo trombone uno strumento in grado di alternare al meglio impennate liriche e campionamenti elettronici, col risultato di fornire a Rabbia il contesto ideale per fare delle sue percussioni uno strumento solista che ha tracciato, sull’intero quadro musicale, pennellate di colori vivi e indelebili.


A concludere la rassegna il concerto sul Cratere del Vesuvio del 6 agosto. L’attesa degli appassionati era tanta, anche nell’ottica di una necessaria e pronta ripresa di possesso di un luogo unico per significati storici e ambientali, tanto martoriato da incendi dolosi nelle settimane immediatamente precedenti la rassegna: la lenta e faticosa ascesa lungo le pendici del cono ha quindi rivestito un significato che andava molto al di là dell’avvicinarsi all’ascolto di un concerto.

Proprio al tema dei vulcani ed al territorio napoletano, Paolo Fresu e Daniele Di Bonaventura hanno reso omaggio tracciando un percorso musicale che è passato per brani della tradizione napoletana classica (“Ì te vurria vasà”, “Varca lucente” e “Reginella”) e moderna (“Je sto vicino a te” di Pino Daniele), per canzoni che toccassero il tema legato al luogo (“’O Vesuvio” di Domenico Modugno, “Vulcano” portata al successo da Mina e “Volcano” di Damien Rice) fino a giungere ad alcuni brani della tradizione latino-americana e a un acclamatissimo bis che ha visto Fresu scendere tra il pubblico per l’esecuzione di “’O surdato ‘nnammurato” e di “Non ti scordar di me”, brano incluso in quel bellissimo disco intitolato “In Maggiore”, che i due hanno registrato un paio di anni fa per la ECM.

Fresu e di Di Bonaventura suonano con un’intesa e una familiarità incredibili, si scambiano occhiate e sorrisi passando con disinvoltura da momenti scherzosi a quell'intensità espressiva che caratterizza ogni loro singola nota e, soprattutto, dialogano con il pubblico facendolo diventare parte essenziale di un evento che ha acquisito significati sempre più alti con lo scorrere del tempo e l’avvicinarsi di quell’incomparabile spettacolo che è il tramonto goduto da lassù.

Un evento unico che resterà a lungo nel cuore dei presenti e che ha rappresentato la più degna chiusura di una rassegna ormai diventata la sola in Campania a garantire, ogni anno, musica di alto livello agli appassionati.

 
 




 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Articolo pubblicato nell'agosto 2017