TEMPO DI CHET - la versione di Chet Baker

MET JAZZ

Teatro Metastasio, Prato

5 febbraio 2019

  • testo: Leo Muscato e Laura Perini

  • musiche: Paolo Fresu

  • musicisti: Paolo Fresu, tromba, flicorno; Dino Rubino, pianoforte; Marco Bardoscia, contrabbasso

  • attori:  Alessandro Averone, Rufin Doh, Simone Luglio, Debora Mancini, Daniele Marmi, Mauro Parrinello, Graziano Piazza, Laura Pozone

  • regia: Leo Muscato

  • produzione: Teatro Stabile di Bolzano

di Francesco Varriale


Un progetto particolarmente accattivante, quello presentato nella prima serata del MET JAZZ Festival di Prato, la rassegna curata dal musicologo Stefano Zenni.
In un teatro riempito in ogni ordine di posto da un pubblico attento e competente, la rappresentazione drammaturgica della vita e della carriera di Chet Baker ci è parsa, sin dalle prime battute, una riuscita forma di divulgazione da poter adottare per la diffusione della Storia del Jazz.
Partendo dall’infanzia in Oklahoma, l'attenzione è stata posta sui momenti salienti del percorso artistico del trombettista di Yale, facendo sì che la narrazione fosse sempre opportunamente accompagnata dalla musica eseguita dal vivo dalla tromba e dal flicorno di Paolo Fresu, dal pianoforte di Dino Rubino e dal contrabbasso di Marco Bardoscia, grazie a interventi mirati, composti e talvolta appena udibili in sottofondo in modo da non interferire mai negativamente con la scena recitata.
C'è da dire che un’opera del genere deve aver richiesto un lavoro di ricerca minuzioso, metodico e appassionato da parte degli autori Leo Muscato e Laura Perini, abili nel puntare l’attenzione su dettagli relativi alla vicenda artistica di Chet, particolari non sempre noti al grande pubblico: lo scarso entusiasmo che il trombettista provava nell’eseguire “My Funny Valentine” (brano al quale lo si accosta continuamente); l’audizione con Charlie Parker in California nel 1952; il rapporto controverso con Gerry Mulligan; le difficoltà emotive provate nel confronto con la propria coscienza e con i genitori del pianista Dick Twardzick, tragicamente scomparso durante la tournée europea che il quartetto di Chet fece nel 1955; le incomprensioni con Richard Bock, il produttore della Pacific Jazz che non tollerava più la sua inaffidabilità; la permanenza in Italia e l’arresto per droga; l’ingaggio per la Prestige e il lancio dei suoi dischi come cloni di quelli di Miles Davis del decennio precedente; l’oblio, i denti fracassati per i suoi problemi di sempre, il ritorno e la riproposizione intensa, folle, tragica del suo mondo personale e musicale fino al volo dalla finestra dell’hotel di Amsterdam nel 1988. La chiusura dello spettacolo, affidata all'ascolto silenzioso - quasi religioso, diremmo - di Chet che canta "Blue Room" in una registrazione del 1953, ha poi fatto sì che ognuno di noi uscisse dal teatro con dentro un pezzo dell'anima di uno straordinario artista.
In una rappresentazione che ha mostrato anche la bellezza di scenografia e luci, la regia di Leo Muscato ha fatto sì che il gruppo di attori trovasse una opportuna simbiosi con il trio di musicisti, per un lavoro che ci si augura possa essere proposto ad un sempre maggior numero di spettatori.


articolo pubblicato nel febbraio 2019