LE METAMORFOSI DI TONY

di Francesco Varriale


C’era una volta un ragazzo di buona famiglia, educato come tanti e mosso da una grande passione per la musica: si chiamava Tony. Studiava il sassofono dall’età di dieci anni e ne aveva poco meno di quindici quando, durante una delle prime uscite con gli amici, andò in un locale dove si suonava una musica per lui ancora sconosciuta, il jazz. Tra un panino e una birra, il nostro amico rimase folgorato da un musicista che suonava il sax tenore a velocità supersonica: si trattava del famosissimo Johnny 'Six' Sax che eseguiva “Countdown”, una composizione di John Coltrane, colui che era diventato un caposcuola per il suo strumento.

Tony quella sera tornò a casa estasiato da tanta perizia tecnica e per tutta la notte non poté fare a meno di pensare al suo idolo, a colui che avrebbe voluto essere e che invece non era. Si disse:


- “Devo imparare anch’io a suonare il sax a quella velocità, così diventerò ricco e famoso come quello lì. Ma la prima cosa che devo fare è conoscere quel musicista, carpirne tutti i segreti, scoprire cosa mangia, cosa beve, se si droga, che strumento usa, come porta i capelli, con quale piede scende dal letto, che magliette indossa, di che colore sono le sue mutande, se le porta…”.


Era ossessionato dall’idea di dover diventare come il suo idolo al punto che un giorno decise di rapirlo e di tenerlo rinchiuso nella propria casa, e così lo aggredì all’uscita di un jazz club addormentandolo con il cloroformio. Aveva imparato questa tecnica dalla sua assidua lettura dei fumetti di Diabolik.
Dopo due giorni di intontimento Johnny “Six” Sax finalmente si svegliò, vedendo il suo rapitore alzare con aria minacciosa un sax tenore al punto che sembrava volerglielo scagliare in faccia. Invece si vide porgere un bicchier d’acqua, un caffé, uno spartito ed il sax che in quel momento riconobbe come il suo.


- “Ehi, ma tu chi sei? Dove mi hai portato? E poi, lo sai che sto morendo di fame?”

- “Chi sono? Io sono Tony, colui che prenderà il tuo posto nel cuore della gente. Io diventerò più bravo e famoso di te. Ma poi, perché mi chiedi da mangiare? Io ti ho sempre visto con un sax tra le labbra, ti ho sempre ascoltato suonare un sacco di note. Mica possiamo permetterci il lusso di mangiare, noi artisti. Noi dobbiamo soltanto suonare, suonare, suonare, più velocemente possibile. Il cibo lasciamolo alle persone normali”.


Fu così che Tony imbracciò il sax per suonare un paio di scale a 220 di metronomo.
Johnny rimase a dir poco meravigliato da quanto stesse accadendo, ma decise di accettare la sfida. Eseguì le stesse scale ad una velocità tale che il metronomo non riusciva a stargli dietro.


- “Oh, cazzo!” – esclamò Tony – “Ma come ha fatto?”.


Si avvicinò per complimentarsi e stringergli la mano e fu solo allora che comprese il motivo per cui Johnny era soprannominato 'Six'.
Aveva… sei dita per mano.

Johnny 'Six' Sax fu rilasciato senza il pagamento di un riscatto e si mostrò particolarmente comprensivo: non sporse denuncia. Ma quella non fu la fine di un dramma, bensì l’inizio. E già, perché da quel momento il nostro amico Tony decise di sottoporsi ad intervento chirurgico per farsi… impiantare un dito supplementare per mano. D’altronde, cosa c’era di strano? Ci aveva provato anche Schumann ad escogitare un sistema per ampliare l’articolazione delle sue dita, ma senza successo, visto che stroncò sul nascere la propria carriera di pianista.
E così, dopo mesi di attesa e dopo essere andato in malora per il pagamento dell’intervento in una lussuosa clinica svizzera, Tony tornò in Italia, pronto a trascorrere sei mesi di riabilitazione prima di riprendere gli esercizi sullo strumento e ritrovare così una nuova tecnica.

Riusciva ad andare ad una velocità tale che le note si accavallavano, sempre di più, fino a diventare un unico suono difficilmente percepibile dall'orecchio umano. Aveva superato, in velocità, persino il suo mito, la sua fonte di ispirazione, quel Johnny 'Six' Sax che da quel momento iniziò a cambiare il suo stile, ritirandosi momentaneamente dalle scene.
Si è poi saputo che dal sax tenore passò al soprano, che riprese a studiare fino a comprendere la grande importanza delle pause, dei silenzi, del suono dello strumento, al punto da essere spesso visto mentre andava a trovare Sonny Rollins sul ponte di Williamsburg, a New York City.

Per Tony i soldi iniziarono ad arrivare. La fama fu presto raggiunta, la felicità pure. Almeno così sembrava, perché di lì a poco ebbe inizio un altro piccolo dramma. Gli capitò di ascoltare un disco del sassofonista ‘Rahsaan’ Roland Kirk e di vederlo imboccare tre strumenti contemporaneamente, il sax tenore, lo stritch ed il manzello. Fu allora che decise di imparare a suonare in quel modo, ma si rese conto che la sua bocca era troppo piccola per tre sassofoni. E così… intraprese il suo secondo viaggio in Svizzera dal chirurgo di fiducia per farsi… allargare la cavità orale, e magari farsi fare anche qualche otturazione. L'eta' avanzava - era sotto i 40 anni - e con lei la carie.

Dopo l'intervento ci furono per Tony altri sei mesi di riabilitazione durante i quali si nutrì con omogeneizzati e flebo. Dopo due anni, però, ritornò ad essere il più veloce del mondo, questa volta con tre sax contemporaneamente. Durante la pausa di una sua esibizione al “Tonyland”, un club chiamato cosi’ in suo onore esattamente come accadde a Charlie Parker con il “Birdland”, qualcuno gli fece notare che era si’ veloce, ma che aveva dodici dita e… non era cieco come Rahsaan. Ed allora cosa combina il nostro eroe? Ritorna in Svizzera per farsi tagliare le due dita precedentemente impiantate e per… farsi cavare gli occhi.

Lui la musica ce l’aveva nel sangue... Aveva studiato con il Maestro Antonio Scannagatti e si era perfezionato sui dischi di Johnny “Six” Sax. Era un grande, lui. E poi fu molto felice di vedere i suoi risultati finalmente riconosciuti dal C.I.O., il Comitato Olimpico Internazionale. Il suo record di 12.547 note in un solo minuto fu omologato come la migliore prestazione di sempre al sax tenore.

Fu invitato dall’esimio Maestro Tiburzi per suonare come solista a un concerto in onore di Gioachino Rossini. Lui era Tony, uno che poteva cimentarsi in qualsiasi repertorio, mica era un Pinco Pallino qualsiasi.
Era una calda serata di agosto, e Tony si trovò sul palco di fronte ad un’orchestra di 20 elementi. Gli sembrava di rivivere le mitiche sessions della fine degli anni Cinquanta di Miles Davis e Gil Evans. Il Maestro Tiburzi era solito ritirarsi nella sua casa di campagna nei pressi di Caianello per elaborare i suoi arrangiamenti, e per quell’occasione tirò fuori delle partiture particolarmente articolate.
Il concerto iniziò con l’Ouverture da “La gazza ladra”, ma dopo le prime battute accadde una cosa incredibile al punto che tutti, dal direttore ai musicisti fino al pubblico, restarono inorriditi per una valanga di note che imperversò nella calda notte.
L’orchestra era perfetta, ma Tony accavallò le note al punto da sortire l’effetto di un torrente in piena, di un’autentica calamità naturale.
Quando Tiburzi si trovò costretto ad interrompere l’esecuzione guardando in malo modo il nostro eroe, questi rispose che stava semplicemente suonando quello che leggeva su uno speciale ‘spartito braille’, e così il maestro gli rimproverò di non essere in grado di distinguere le note vere da quelle… depositate da mosche cavalline.
Tony si lavò le mani e fuggì via inorridito, cadendo in un lungo periodo di profonda depressione.

Fu allora che decise di andare a fare il muratore, seguendo l’esempio del ‘Colossus’ Sonny Rollins che pare si impegnò come scaricatore di porto durante il suo ritiro. Ed anche qui riuscì a battere un po’ di primati: 100 kg. di malta di cemento impastati a mano in due minuti e quarantasette secondi; dieci metri quadrati di tramezzi in laterizio eretti in quattro minuti e ventisette secondi, intonaco compreso; 275 punti luce installati in una sola giornata, insieme ad un bidet, un lavandino, ‘nu scaldabagno e ‘nu cesso.
Ciò che lo colpì di quel mondo fu l’impossibilità di comunicare con i suoi colleghi che, non solo non amavano il jazz, ma avevano anche serie difficoltà con la lingua italiana.
Fu infatti letteralmente bombardato dal capomastro che non esitava ad impartirgli continuamente una serie di comandi:
“Tony, vai a sturare la colonna frecale”.
“Tony, chiudi la chiave terrestre”.
“Tony, aiutami a fare questo preventino”.
“Tony, domani vieni ad aprire il cantiere a quelli dell’aria condizionale”.
“Tony, devi ancora mettere la topolatura nel corridone”.
“Tony, il cornicione fallo tutto, ma fermati nella spigula”.
Fu allora che Tony non riuscì più a contenersi, ed esplose dicendo:
- “‘A spigula? E si, e magari ‘nce metto pure ‘na sogliola ‘e marmulo!!! Ma c’avimmo fatto, ‘o mercato d’ ‘o pesce?”.

Per questa risposta fu licenziato e ritornò a vivere in una depressione tale da fargli meditare il suicidio.

Dopo un anno e mezzo fu però ancora l’ascolto di un disco a fornirgli la giusta carica e ad infilargli l’ennesimo tarlo nella testa. Era uno ambizioso lui, e non poteva pensare che nella prima metà del Novecento, in Europa, era stato attivo un chitarrista tzigano di nome Django Reinhardt. Tony aveva imparato a memoria una composizione di John Lewis che portava il suo nome, “Django” appunto, ma non immaginava fosse dedicata ad un musicista che suonava la chitarra… senza utilizzare il mignolo e l’anulare della mano sinistra. E come la suonava, quella chitarra!!!

Poiché al sax aveva dimostrato di essere il più grande di tutti, persino più grande dell’immenso Johnny “Six” Sax, Tony comprese che era giunto il momento di cambiare e di passare alla chitarra, uno strumento sul quale avrebbe potuto portare il linguaggio di derivazione coltraniana che aveva sviluppato, fino alle estreme conseguenze, al sax tenore.
Studiò per cinque anni al cospetto del mestro Eugenio Trombetta, figlio dell’onorevole Cosimo, perfezionandosi con i chitarristi di jazz più attivi sulla scena, da John Abercrombie a Jim Hall, da John Scofield a Pat Metheny, facendo con i dischi di Wes Montgomery quanto aveva fatto al sax tenore con i dischi di John Coltrane e Johnny “Six” Sax. Era diventato anche alla chitarra il più veloce del West.

Ma non era soddisfatto!!! Voleva essere il più veloce del mondo, ma con tre sole dita della mano sinistra.


- “C’è riuscito Django a suonare così, non vedo perché non possa riuscirci io”


disse una volta ad un giornalista che lo intervistava.
Fu così che Tony si recò in Svizzera per la quarta volta per farsi… amputare il mignolo e l’anulare della mano sinistra. Anzi, per dimostrare di essere bravo non quanto Django, ma più di lui, decise che non era il caso di farsi impiantare un nuovo paio di occhi.

Fu scritturato di nuovo al “Tonyland” per due settimane di concerti in duo. Chiamò accanto a sé un altro grande musicista, un batterista dalla solida struttura, una macchina irrefrenabile, un autentico ‘BobCat’ che si fregiava di aver suonato con i più grandi della storia del jazz e che sosteneva di essere trascurato da una stampa incompetente. Fu un successone, gente in delirio, milioni di copie dei suoi dischi vendute in tutto il mondo, la vittoria per sei anni di seguito di tutti i possibili premi come migliore musicista polivalente. Vinse anche la medaglia olimpica nel decathlon e migliorò il suo precedente primato suonando 17.223 note in un solo minuto, questa volta alla chitarra, con sole tre dita ad una mano e senza vederci. Era un grande, lui, mica un Pinco Pallino qualsiasi. Ed era veramente fiero di essere riuscito nel suo intento: arrivò a disputare tre olimpiadi in tre discipline diverse, vincendo anche il Grande Slam. Che classe!!! Che portento!!!

Ma i guai per Tony non erano finiti.
Il C.I.O. gli impedì di esibirsi per cinque anni per manifesta superiorità in competizioni ufficiali: gli venne ritirata la ‘cabaret card’. Fu così che divenne una sorta di Alfredo Binda della musica, e a nulla valsero i cortei di protesta dei suoi fans, i ‘sit in’, gli scioperi della fame organizzati dai radicali.
Cadde in una lunga crisi che lo avrebbe segnato per sempre. Fu ricoverato al “Casatiello Hospital” dove gli venne praticato l’elettroshock e gli furono somministrate pesantissime dosi di sedativi, non tanto pesanti da sopprimere del tutto la sua vena creativa. Era il giorno di Pasqua quando lasciò l’ospedale dopo due anni di ricovero: in quell’occasione compose un ultimo brano che intitolò, analogamente a quanto fece Charlie Parker quando uscì dal Camarillo, “Relaxin’ at Casatiello”.
Da allora, in suo onore, il casatiello è diventato un rustico tipico della tradizione pasquale.

Quell’anno Tony decise di regalarsi un periodo di tranquillità e così s'imbarcò su un piroscafo per una crociera intorno al mondo. Conobbe moltissima gente, riprese il contatto con le donne, riacquistò un bel colorito grazie alle lunghe sedute elioterapiche che teneva sul ponte della nave, e soprattutto riuscì a stare lontano dalla musica e da tutti i problemi che questa gli aveva creato.
Ma quando la nave giunse in prossimità della East Coast americana, Tony subì nella mente un frenetico accavallamento di immagini e suoni. Udì le voci di alcuni passeggeri che riconobbero lo skyline di New York, la Statua della Libertà, le Twin Towers ancora in piedi, l’Empire State Building, e così non poté fare a meno di pensare al jazz, a Duke Ellington e alla sua Harlem, ai mitici anni del be-bop, ai famosi locali di Manhattan, alla Carnegie Hall, agli anni del free ed a tutti i linguaggi musicali che in quella città si erano succeduti. Il peggio fu che nella sua mente prese forma un brano che comprendeva tutti gli stili, e così gli sembrò di ascoltare Count Basie che dirigeva “Free Jazz” di Ornette Coleman, con la linea di basso di “A Love Supreme”, il tema di “Summertime”, il drumming sincopato di “Meditation On Integration”, i campionamenti di John Surman: al sax Charlie Parker e John Zorn; alla tromba Miles, Bix, Dizzy, Dave Douglas ed Austin Forte; al pianoforte Cecil Taylor e Bill Evans; al contrabbasso Mingus, Jimmy Blanton e Ron Carter; alla batteria il suo compagno di tante avventure, quel rullo compressore di ‘BobCat’ che non lo aveva mai abbandonato, neanche nei momenti più bui.

Fu così, quasi per incanto, che salì sulla nave un grande della storia del jazz, uno di quegli eroi che avevano illuminato il suo percorso artistico e metamorfico e che avevano ispirato racconti e film dal sapore bariccato-tornatoriano.

Era… James P. J.J. Gegé Di Giacomo Johnson, una figura mitologica indescrivibile a metà, anzi ad un terzo, tra un pianista di ragtime, un trombonista bop e un batterista carosoniano. Si era trasformato al punto da non essere riconosciuto dai suoi stessi fans; e pensare che Tony, quando ci vedeva, aveva voluto nel suo studio tutte le immagini che ne testimoniavano i cambiamenti.
Era invecchiato James, ma aveva ancora quell’andatura dinoccolata tipica dei grandi artisti, andatura dovuta più agli anni di notti insonni alle prese con jam-sessions, alcool e droga, che non ad un effettivo intorpidimento delle giunture. Fu così che si diresse verso Tony per sfidarlo al cospetto di più di mille spettatori.

Era tornata l’era delle grandi sfide:


- "Duke Ellington contro Count Basie... Ella Fitzgerald contro Billie Holiday... Dexter Gordon contro Wardell Grey... Lee Konitz contro Warne Marsh... Al Cohn contro Zoot Sims... Steve Lacy contro Evan Parker, a colpi di soprano.

- “Ed ora, cari fratello, ho l’onore di presentare la sfida del secolo. Un evento che non avreste mai immaginato per la sua portata. Una vera battaglia a colpi di note. Fiato alle trombe, Lo Turco!!! Ecco a voi Tony contro... James P. J.J. Gegé Di Giacomo Johnson”.


Già s'immaginavano i titoli dei giornali: “Scontro fra titani”... “La musica dei giganti”... “Un delirio di strumenti”.

Le tifoserie erano schierate in maniera abbastanza equilibrata. C’erano striscioni che coloravano la lussuosa sala da ballo del piroscafo ed i cori imperversavano senza sosta in un’atmosfera da Olimpiade, cosa che esalto’ enormemente i due protagonisti.


- ” … Ecco sulla sinistra James P. J.J. Gegé Di Giacomo Johnson che parte per un assolo di trombone, mentre a centrocampo la ritmica incalza schiacciando l’avversario nella propria area di rigore… il trombone continua a galoppare all’attacco, lancia la nota sulla fascia sinistra, l’audience è disorientata, un ultimo colpo di coulisse… ed e’ GOOOOOAAAAAAALLLLLLLL!!! Uno a zero”.


Tony fu preso di sorpresa e fu impossibilitato a reagire per tutto il primo tempo soprattutto perché... James P. J.J. Gegé approfittava della cecità del suo avversario per nascondergli strumenti, note e spartiti e addirittura per sgambettarlo durante i suoi assolo. Dopo un goal realizzato con le bacchette, commettendo un fallo di mani non rilevato dall’arbitro ecuadoriano Byron Moreno - tra l’altro in fuori gioco per aver steccato al trombone un DO sopra il rigo - James P. J.J. Gege’ Di Giacomo Johnson andò al riposo in vantaggio per 2 a 0.
Fu in quel momento che Tony ebbe una di quelle idee che lo avevano reso unico al mondo. Gli venne in mente di aver parlato qualche giorno prima con il Dottor Guarracino, un biologo che insegnava all’Università di Pollenatrocchia e che aveva il suo laboratorio sul piroscafo. Guarracino gli aveva raccontato delle sue ricerche sui delfini, sicché Tony approfittò di quel quarto d’ora di riposo per farsi… impiantare il cosiddetto ‘terzo orecchio’, una specie di sonar che i delfini hanno per comunicare e individuare il movimento dei corpi.
Alla ripresa del match fu tutta un’altra storia. Tony non si lasciò sfuggire una sola nota, dando fondo alla sua polivalenza artistica e sportiva e sfruttando tutta la sua velocità sicché Di Giacomo Johnson rimase completamente fuori dal gioco. Fu così che Tony prima accorciò le distanze grazie ad una splendida versione di “On Green Dolphin Street”, poi pareggiò al novantesimo con l’esecuzione di “Dolphin Dance” con cui riuscì a cullare e ad addormentare finalmente il suo avversario. In questi brani riuscì a prendere degli splendidi assolo utilizzando gli ultrasuoni acquisiti con il terzo orecchio, a tonalità talmente acute da stordire non solo James P. J.J. Gegé ma addirittura l’intera platea, che si liberò alla fine del tempo regolamentare in un fragoroso applauso.
Fu allora, quando il golden goal era ormai nell’aria, che accadde una cosa stupefacente. Le magiche note che Tony aveva suonato richiamarono la bellezza di 100 delfini che, con le loro evoluzioni intorno al piroscafo, fecero agitare le acque al punto da far cadere in mare James P. J.J. Gegé Di Giacomo Johnson. L’arbitro non poté fare a meno di assegnare così a Tony la vittoria per k.o. tecnico al tie-break del primo tempo supplementare.
Fu così che Tony, non solo si riappriopriò della corona unificata delle federazioni pugilistiche, ma riuscì a battere un altro primato: fece dimenticare le 56 balene arenatesi nella baia di Cuernavaca alla morte di Mingus.

Mingus. Sì, Charles Mingus. Proprio lui.

Come si può pensare a Mingus senza visitare i luoghi in cui egli visse nell'ultima fase della sua vita? Come farlo se la nave su cui ti trovi sta per approdare sulla costa messicana. Il pellegrinaggio sulle orme del contrabbassista si rese quindi necessario. Tony rimase colpito dal fatto che, nonostante la grave malattia, il grande Mingus proseguì imperterrito nella sua produzione musicale, realizzando dischi come "Me, Myself An Eye" e collaborando al capolavoro di Joni Mitchell, "Mingus" appunto.


He is three
One’s in the middle unmoved
Waiting
To show what he sees
To the other two
To the one attacking – so afraid
And the one that keeps trying to love and trust
And getting himself betrayed
In the plan – oh
The devine plan
God must be a boogie man


Decise di andare a trovare la guaritrice che ebbe in cura Mingus nell’ultimo periodo della sua vita, per farsi aiutare a porre fine ai suoi mali. Fu così condotto in una capanna dove fu subito avvolto da fumi e profumi di pozioni magiche. Rimase lì inebriato per due giorni e quando uscì si rese conto di aver ormai superato il punto di non ritorno. Non è che non potesse più guarire dai suoi mali, né tantomeno riconfigurare il suo stato originario come si può fare con un computer formattato.

Si, “format C:” ed è fatta. Se ‘T’ sta per Tony, “format T:” non funziona, si ha un errore di sistema, si blocca tutto, finisce il gioco, il racconto, la vita di un uomo.
E Tony non era più un uomo. Era diventato un’essenza, un concetto. La sua metamorfosi si era a sua volta trasformata, non era più volontaria, chirurgica, calcolata. Infatti, un bel giorno gli capitò di vivere un brevissimo momento kafkiano, al risveglio, rendendosi conto di essere diventato un altro e non riconoscendosi allo specchio.
La sua metamorfosi divenne addirittura di matrice darwiniana, consapevolmente darwiniana, nel senso che ormai Tony era diventato una specie a sé stante, in continua evoluzione, trasformandosi naturalmente a seconda delle esigenze musicali che incontrava.
Così… uscì da quella seduta senza gambe, un tronco umano, testa e braccia su un 'carruociolo' semplicemente perché per fare musica non aveva bisogno delle gambe. Cos'era lui? Un sassofonista? Un chitarrista? E allora? Di cosa aveva bisogno? Di braccia, mani, polmoni, bocca. Nulla più!
Non aveva più bisogno di una donna, né di un amico. Ormai per lui esisteva soltanto la musica, anzi... stava diventando musica, perdendo lentamente la sua consistenza corporea.

Tony riuscì in qualche modo a farsi accompagnare all’aeroporto, anche se alla dogana fu scambiato per un bagaglio, completamente impacchettato e scaraventato nella stiva, giungendo a casa in una condizione di torpore assoluto. Non aveva capito bene cosa, ma sapeva che qualcosa, qualcosa di grosso, stava per accadergli.
Disfece i suoi bagagli e per rilassarsi mise su un disco, “Conversations With Myself” di Bill Evans. Si spogliò e si stese sul letto cercando di immergersi subito nel mondo dei sogni che erano, al contempo, le sue aspirazioni.
Ma si sa, è quando si è in uno stato di dormiveglia che i freni inibitori vengono recisi, lasciando il giusto spazio alla fantasia. Ed è proprio in quella fase che la musica riesce a scavare profondamente nella mente umana.
Ebbene, quella fase durò per tutto il disco finché, stremato, Tony riuscì a prendere sonno.
Quello che doveva essere un ascolto rilassante si rivelò, al risveglio, di una drammaticità sconvolgente. In realtà non fece altro che confermare a Tony le strane sensazioni che stava provando in quei giorni. Il desiderio di poter riprodurre le tre linee di piano sovraincise da Bill Evans lo aveva fatto diventare un mostro, un enorme granchio, ‘nu rancio fellone. Una testa con sei braccia. Ma Tony non si scompose. Si trascinò al pianoforte ed attaccò la splendida melodia di “Round Midnight”… sei mani che svolazzavano con effetti orchestrali sul tappeto bianco e nero della tastiera.
Passò tutto il giorno sulle composizioni di Bill Evans: “Time Remembered” e "Gloria's Step"; “Interplay” e “Loose Bloose” sulla stessa struttura armonica; “Turn Out The Stars”; “Very Early”; “Re: Person I Knew” e “N.Y.C.’s No Lark”, omaggi in anagramma. Per non parlare dei brani altrui sui quali il pianista aveva lasciato il suo indelebile segno. Giunse così, suonando, fino a sera.

Era stanco Tony, sempre più stanco. Ancora una volta non riuscì a fare altro che stendersi goffamente per terra - ormai sul divano non riusciva più a starci - pigiare un tasto del telecomando della sua tv e restare incantato davanti alle immagini di un documentario su Max Ernst e Giorgio De Chirico. E già, la metafisica. Sembrava una caso ma non lo era. Niente era mai stato un caso nella sua vita.
Ciò che lo colpì maggiormente fu però ancora la musica: una colonna sonora con momenti straordinari in cui si incrociavano sei sassofoni soprani. Nonostante fosse stanco, restò sveglio fino alla fine per poter leggere i titoli di coda…


“Musiche composte ed eseguite da Steve Lacy”. “Islands”. “Labyrinth”.


Sei linee di sassofono. Lui, con sei braccia, ne avrebbe potuto suonare soltanto tre e così pensò che c’era qualcuno che in questo lo batteva. Provò ad addormentarsi, confidando nella sua natura metamorfica che lo avrebbe fatto risvegliare con… dodici braccia.
Tutto ciò però non avvenne, e per tre motivi: innanzitutto perché il suo corpo di rancio fellone non aveva lo spazio per poter accogliere altre sei braccia; poi perché la sua bocca era larga per poter accogliere soltanto tre sassofoni e non sei; infine perché lui non immaginava neanche lontanamente, al contrario della sua metamorfosi - che ormai aveva preso il sopravvento sulla sua mente - che quelle sei linee di sassofono erano state incise da Lacy in sei momenti differenti.
Fu un dramma.

Tony decise di fare di tutto per incontrare Lacy, conoscerlo, compiendo quello che sarebbe stato… il suo ultimo viaggio.
Parigi. La Ville Lumiére.
Tony riuscì a trovare l’indirizzo di Lacy dall’elenco del telefono, prese un taxi ed in dieci minuti era lì.


- “Ed ora? Che faccio, busso? E poi, sono sicuro che apra? Potrebbe anche aver paura di un essere abnorme come me. Ma io sono così, non posso farci niente. E poi, cosa gli dico? Magari fingo di essere un giornalista che vuole intervistarlo. Ma si, faccio così. Gli domando di Duke Ellington, di Cecil Taylor, di Gil Evans. Mi faccio raccontare la storia di Coltrane che imbracciò il soprano dopo aver ascoltato proprio lui. Gli chiedo delle sue esperienze con attori come Antonio Neiwiller e Leo De Berardinis; ballerini, artisti, poeti. Oppure mi faccio raccontare di quando andò via dall’America per evitare di suonare un jazz troppo commerciale.
Che faccio, busso? Ma si!!!”.


Lacy giunse alla porta in pochi secondi, aprì e, sebbene avesse di fronte una creatura sovrumana, non si lasciò impressionare minimamente. Anzi, guardò negli occhi Tony senza dire nulla, immobile, aspettando come il più grande dei pistoleri la prima mossa del nemico.

- Ciao Steve. Io sono...

- Ciao Tony. Entra


Prima che Tony finisse di parlare, Lacy lo invitò ad accomodarsi nel suo studio, una stanza grande e quasi vuota. In un angolo, un materasso ben ordinato. Accanto, un leggio con gli spartiti e il sax che riposava poggiato sulla sua campana. Dall’altro lato, una poltrona con un gatto che dormiva placidamente, drizzando di tanto in tanto le orecchie.
Per l’emozione Tony ammutolì. Inizialmente rimase incantato da quella casa essenziale. Poi riuscì a sfilare rapidamente dalle fondine i suoi tre sax – tenore, contralto, soprano – dando così vita al più grande magma sonoro che orecchio umano avesse mai udito. Dopo tre minuti di autentico uragano, Tony si interruppe, cercando di capire a quel punto cosa potesse fare Lacy.


- “Per favore, un pò di swing!”.
Lacy suonò così una sola frase di soprano.


Un po' alterato per quello che poteva sembrargli un affronto, Tony raddoppiò la velocità, migliorando ulteriormente il suo primato.


- “Per favore, un po' di swing!”.
Lacy rispose con una sola nota, lunga.


Ancora Tony, letteralmente infuriato come mai gli era capitato, tirò fuori dai suoi strumenti una vera bomba sonora.


Lacy, dal canto suo, restò zitto. Silenzio assoluto.


Quel silenzio durò un minuto, due minuti, cinque minuti, un’ora, un giorno, una vita.


Non è che Tony non ascoltò più nulla per il resto dei suoi giorni. Gli accadde semplicemente di acquisire la conoscenza del tempo… non quello del metronomo, qualcosa di più. Il tempo come entità flessibile alla quale poter adattare la propria esistenza.


Gli passarono così per la mente i nomi e i volti dei musicisti scomparsi prematuramente, bruciando le tappe e concentrando una vita intera in pochi decenni. Il tempo è davvero un concetto relativo:
Bix Beiderbecke… Eddie Lang… Fats Waller… Glenn Miller… Charlie Christian… Django Reinhardt… Fats Navarro… Charlie Parker… Clifford Brown… Billie Holiday… Oscar Pettiford… Dick Twardzik… Booker Little… Lee Morgan… Herbie Nichols… Eric Dolphy… Bud Powell… John Coltrane… Wes Montgomery… Albert Ayler… Wynton Kelly… Roland Kirk… Jaco Pastorius… Tom Cora… Massimo Urbani… Michel Petrucciani.

Michel, la perfetta corrispondenza tra corpo ed arte, con quelle due mani che erano uno spettacolo a vedersi.

Chi per dissolutezza, chi per malattia, chi per incidente, morirono quasi tutti prima dei quarant’anni, alcuni molto prima, altri appena dopo. Eppure, nessuno di loro ha lasciato per strada una sola nota non suonata. Hanno tutti compiuto il loro percorso artistico, giungendo così alla fine per motivi… biologici. E già, perché quando ti capita di morire, in qualunque modo e a qualunque età, è perché tutto sommato hai abbassato la guardia, perché senti di aver detto e dato tutto.

Ma Tony sapeva che gli mancava ancora qualcosa per compiere il suo percorso, e quel qualcosa gli era ormai vicino, molto vicino.


Satori… l’illuminazione.

Essendosi impossessato del concetto di tempo, aveva improvvisamente compreso tutto. La musica di Thelonious Monk, con quei vuoti così pregni di tensione, e poi ancora… ma poi, cosa c’è di più della musica di Monk? Musica in cui struttura e pelle si scambiano i ruoli e in cui il tempo diventa spazio, dilatandosi, accorciandosi, rendendosi flessibile, mutevole… aperto. In quell’apertura Tony ci infilò tutto se stesso, comprendendo quanto gli spazi vuoti possano dare l’opportunità di immaginare, mentre una musica serrata, tutta scritta, eseguita velocemente, senza pause… non puoi far altro che subirla.


Less is more. Il meno è più.


“Lover Man”, il momento più alto dell’arte di Bird, una drammaticità espressa tutta nelle note mancate.


Ornamento e delitto.


Da quel momento Tony iniziò a togliere, a sottrarre, a dilatare il suo tempo e il suo spazio. Riuscì a farsi piacere la sua musica, scandendo per bene il ritmo, cullandosi in carezzevoli armonie, cantando dolci melodie.


Nica’s Dream


Melodie che rallentavano sempre più, diventando ballads.


My Funny Valentine


Darn That Dream


Ma le melodie e le armonie a un certo punto rimasero sottintese nella sua musica… non c’era bisogno di esporle. Potevi cantarci anche altro.

E fu così che, liberatosi dalle sue catene, ebbe una visione. Vide la ragazza dal pollice grosso fare l’autostop sulla Route 66, simbolo di un’intera generazione, una generazione trascinata dal ritmo di Art Blakey e dagli “accordi di gomito” di Monk. Oh, Kerouac, Jack Kerouac… e poi Allen Ginsberg, Borroughs, Ferlinghetti, Corso, Cassady… padri di una prosa spontanea, libera, pregna degli staccati del be-bop… poeti che stavano su ventiquattr’ore a bere una tazza di caffé nero dopo l’altra, ad ascoltare dischi su dischi di Wardell Gray, Lester Young, Dexter Gordon, Willie Jackson, Lennie Tristano e tutti gli altri”… e ancora Gysin, si… Brion Gysin… “Songs”… Luvzya Luvzya Luvzya… really really Luvzya… Junk Is No Good Baby… Good Baby Is No Junk… Baby Junk Is No Good… permutazioni di parole che si fanno musica, suono, sovvertendo le regole e semplificandosi sempre più fino a diventare soffio… respiro.

La sottrazione che Tony andava operando più o meno velocemente – tanto la velocità dipende dal tempo, è anch’essa un concetto relativo – quella sottrazione lo portò a diventare un semplice ritmo… lento… perfettamente cadenzato… sempre più lento… percepibile… fruibile… abitabile.

E questa semplificazione operò sul suo corpo un’ultima, definitiva trasformazione: Tony divenne… un cuore.
Un unico cuore che portava il tempo, il ritmo… che iniziò ad essere l’unico, ultimo riferimento della sua vita.
Un cuore che… pulsando… sempre più piano… lo condusse in Bauci, città invisibile, dove Tony giunse a contemplare… affascinato… la propria… assenza.

I disegni sono opera dell'attore Tonino Taiuti, che ha portato il racconto in scena al Pomigliano Jazz Festival 2003.
Ogni riferimento a fatti e personaggi della vita reale (nonché al mondo della musica) è fortemente voluto e corrisponde al vero.