PINO DANIELE (1955-2015)

La sera del 4 gennaio 2015 il cuore di Pino Daniele si è fermato. La mobilitazione spontanea che si è avuta a Napoli e nel mondo della musica nei giorni successivi alla scomparsa ha costituito spunto di riflessione per provare a comprendere il vero significato dei quasi quarant'anni di attività dell'artista.



di Francesco Varriale


L’articolo che non avrei mai voluto scrivere e che decido di affrontare soltanto adesso, a distanza di un mese da quello squarcio aperto all’improvviso nel cuore di noi tutti, napoletani e non, che con la musica di Pino Daniele siamo cresciuti. Uno squarcio che unisce in un sol colpo le voragini che tengono Napoli sospesa tra le profondità degli inferi e quel “paradiso che forse esiste”.

Pino è stato per noi fratello e padre, amico e figlio, mutando forma continuamente in questi trentotto anni, per quanto è lungo il periodo che intercorre tra la registrazione di quel monumentale, e al contempo leggero, affresco che è “Napule è” e l’affannosa e poco convinta corsa per non far fermare quel cuore di quasi sessant’anni che, a sentirlo battere con attenzione, accompagna secoli della nostra storia.

C’è voluto un mese per provare a comprendere cosa abbia significato il passaggio di Pino dalle nostre parti. Un mese di improvvisi vuoti riempiti da ascolti ripetuti, visioni di filmati recenti e datati, di letture di innumerevoli ricordi e pensieri a lui dedicati. E di pianti per una persona cara che se n’è andata.

Occorre partire dall’inizio, da quel citato affresco che avrebbe lasciato il segno anche se il percorso artistico di Pino si fosse fermato lì, a quel primo episodio.

Nel 1977 Pino registra quel capolavoro di musica e poesia che è insieme una dichiarazione d’amore e un invito al riscatto, dignitosa presa di coscienza della propria identità, di una napoletanità che in quegli anni si soleva non mostrare fuori le mura per il timore di veder spuntare l’ignoranza di tutti quelli che “nun sanno ‘a verità”, e che si ostinavano (e da qualche parte si ostinano ancora) ad accomunare Napoli alla negatività di termini quali colera, camorra, criminalità, terremoto, immondizia, disoccupazione.

Pino ha sempre percepito il peso di questo razzismo, ma la sua sensibilità lo aveva portato da subito a rispondere con la poesia (“Io vivo come te, col mio lavoro in gola…”) e la rabbia (“…questa Lega è una vergogna…”) dei testi, con l’adozione del blues come linguaggio musicale di un popolo vittima di atteggiamenti ostili e anche un po' di sé stesso.

Diceva ironicamente di amare e odiare Napoli, ma credo che quell’odio dichiarato fosse semplicemente un pretesto per giustificare a sé stesso il necessario trasferimento della sua residenza, in un altrove comunque mai troppo distante. A Napoli lui ha sempre dichiarato la sua gratitudine.

“Terra mia” (il primo disco del 1977) e il resto della sua produzione musicale degli inizi fino a “Musicante” (sesto lavoro registrato nel 1984) hanno avuto il peso di un macigno, un messaggio di impatto pari all’ironica messa in evidenza dei luoghi comuni su Napoli operata dall’amico Massimo Troisi, pari a quella lucida lettura del disastro causato dall’ignobile borghesia napoletana durante i moti rivoluzionari del 1799, che Raffaele La Capria ci ha regalato con “L’armonia perduta”.

Con l’arrivo di Pino, l’attenzione fino allora puntata sulla bellezza del canto, sulla melodia, sulla descrizione oleografica delle bellezze di Napoli subisce una strambata. La descrizione di monumenti e panorami ormai poco credibili cede il passo al canto di un popolo, alla denuncia del suo disagio, ad una voglia che è anche bisogno e desiderio di riscatto. Pino opera tutto questo trasformando la lingua napoletana da poeticamente antica a orgogliosamente moderna e terrona, imbastardendola per renderla universale mediante un uso smodato e distorto dell’inglese.

Ma quella rivoluzione musicale può essere colta in pieno soltanto se la si accompagna ad una lettura sociologica degli effetti sortiti nei decenni a seguire con una rinascita della città, comunque mai del tutto compiuta. In quella rivoluzione musicale Napoli si è riconosciuta subito, l’ha fatta propria, l’ha cantata a lungo restandovi ancorata anche quando la ricerca musicale di Pino si era spostata su altri fronti più commerciali, anche se talvolta di un livello altissimo, in un percorso punteggiato qua e là da autentiche gemme di pura bellezza.

Quel bisogno di identità, di dignitosa consapevolezza di sé mostrata dalla partecipazione corale e spontanea di un popolo al dolore per la morte di Pino, ci dice davvero cosa ci ha lasciato questo grande musicista: poesie in musica che canteremo a lungo.


articolo pubblicato nel febbraio 2015